Di tutto un po'.

Penelope, parte II.

Si pensa spesso che la parte più difficile sia trovare un modo brillante per rompere il ghiaccio. Ma per creare una crepa nel riserbo altrui basta una battuta e una battuta – di solito – è semplicemente una frase ad effetto, breve ed efficace. E proprio perché ad effetto, breve ed efficace non si lascia alle spalle una scia facile da seguire.

Con tutti i romanzi di cui si nutriva, L. sapeva bene cosa fosse una frase ad effetto e come ricreare nella propria mente una scena che non avesse grinze, che fosse impeccabile sotto ogni aspetto, una scena in cui ogni battuta era sapientemente programmata e prevista e nulla poteva sfuggire al suo controllo. L., dunque, compensava la mancanza di immaginazione e di arguzia con una profonda e compulsiva necessità di controllare ogni cosa succedesse intorno a lui fin nel più piccolo particolare.

Ma ora cosa avrebbe dovuto fare con quella ragazza? Di certo, non aveva risposto come L. si era aspettato, non aveva alimentato il discorso che lui aveva sognato in quei pochi istanti prima di parlare e ora erano lì, entrambi in silenzio, e i minuti scorrevano inesorabili e ogni autobus poteva essere quello giusto e ogni autobus poteva portarla lontano.

Quegli occhi viola guardavano l’orizzonte, mentre la ragazza era piegata in avanti, il mento poggiato sulle sue mani intrecciate. “Non ho detto la battuta giusta tesoro?” La sua voce giunse inaspettata, mentre il sole tramontava e donava sfumature rossastre ai suoi capelli. Il fuori programma lo esaltò e lo sconvolse al tempo stesso: ora cosa avrebbe dovuto rispondere? “Avresti davvero voluto che ti spiegassi chi è Penelope? Non sarebbe stato un insulto alla tua intelligenza?” L. si volse verso di lei e scorse un accenno di sorriso sulle quelle labbra carnose. Nonostante fosse solo una leggera piega sul suo viso, lo aveva completamente stravolto, rendendolo più morbido e pieno: non c’erano più spigoli appuntiti che avrebbero potuto ferirlo. La donna evidentemente lo trovava divertente. “Io sono qui solo per riflettere. Se speri di potermi seguire su uno di questi autobus per scoprire dove abito, la tua è una speranza vana.”

No, niente stava andando come L. avrebbe mai potuto immaginare. Da protagonista principale di un’avventura cittadina, ora era divenuto la spalla di una donna arguta e spiritosa che non aveva intenzione di giocare alle sue regole, non aveva nessun desiderio di piegarsi ad un copione sconosciuto nel quale avrebbe dovuto guardarlo in maniera adorante e remissiva, pronta ad essere plasmata dai suoi sogni e dalle sue aspettative.

Non c’è nulla di meglio della realtà per distruggere qualsiasi illusione la mente umana possa mai aver creato. E in quella sera frizzante la realtà era una donna che non aveva nessuna intenzione di soddisfare il fragile ego di un uomo. Quel breve divertimento, però, le aveva fatto dimenticare per un istante l’amarezza e il dolore di un ennesimo distacco, di una nuova solitudine che sembrava spalancarsi sotto i suoi piedi ad ogni passo.

Sapeva che ora alzarsi e tornare a casa sarebbe stato ancor più difficile, ma anche rimanere lì ad alimentare le fantasie sconclusionate di un ragazzetto qualsiasi non sembrava più la migliore delle opzioni. Per di più il buio le aveva sempre lasciato addosso una sensazione sgradevole e preferiva trovarsi a casa se proprio doveva fingere di essere una persona adulta.

Quando si alzò in piedi L. sobbalzò spaventato e la panchina tremò per lo slancio eccessivo che la donna aveva messo nel tirarsi su. Forse lei stessa tremava, mentre le sue mani si stringevano a pugno e i piedi cercavano di non vacillare, mentre lei si costringeva a mettere un passo davanti all’altro. Sembrava non voler perdere altro tempo finché la motivazione era forte e L. – che ancora non aveva avuto il coraggio di pronunciare una sola parola – non potè fare altro che osservarla andare via.

“Non sarebbe mai stata all’altezza della mia fantasia” , borbottò prima che l’autobus si fermasse davanti a lui con uno stridio di gomme.

Di tutto un po'.

Su piani differenti.

Non ho mai pensato che le sensazioni andassero riportate sul piano della razionalità; mischiare i piani non credo abbia mai aiutato nessuno. O, almeno, non credo possa aiutare me. Razionalizzare ciò che si prova è solo una delle tante compulsioni umane, uno dei tanti tentativi di rendere accettabile o comprensibile qualcosa di cui neanche vorremmo conoscere l’esistenza.

Mi sono sempre chiesta perchè mi irritassi di fronte a coloro che erano sempre disposti a spiegare le mie sensazioni, a ridimensionare ciò che avevo provato, ciò che avevo vissuto. In parte credo sia dovuto al fatto che quando vivi per anni all’interno di una realtà che ti cancella, tra persone che non sono in grado – o non vogliono – riconoscere quello che provi, il primo che si permette di mettere in dubbio ciò che dici – o ciò che hai provato – nel tuo cuore è un uomo morto. Come si permette? Ma che si fotta. E non credo che sia interamente sbagliato pensarla in questo modo.

Chiunque si sia mai deciso a farmi delle confidenze ha ricevuto da me prevalentemente silenzio, comprensione e – se la situazione mi può parere simile a ciò che ho vissuto – un’opinione, un parere, una parola. Ma mai ho pensato fosse giusto ridimensionare ciò che mi veniva raccontato. E proprio per questo motivo, ripensando a come io mi comporto con gli altri, mi è saltata agli occhi una conclusione, una sorta di epifania: non ho mai avuto paura di ciò che provo, di ciò che provano gli altri e, proprio per questo, ho sempre accolto tutti, legittimato ogni emozione mi venisse raccontata, scivolando all’apposto, lasciando che ognuno potesse avere accesso alla mia emotività e su di essa costruire una leva per approfittarne.

Chi – invece – cerca di razionalizzare ciò che hai provato, ciò che hai vissuto, potrebbe semplicemente essere un presuntuoso, un pomposo pallone gonfiato, o forse ha paura della forza che sprigioniamo, dell’emotività che lasciamo fluire, del potere che vibra sotto la nostra pelle e che non abbiamo paura di mostrare, e allora tenta di ricondurre tutto questo a uno schema, a una forma circoscritta e comprensibile, a un linguaggio che non metta in dubbio le sue sicurezze.

Non so quale sia il giusto approccio, o se esista davvero il giusto approccio, quello che so è che analizzare ogni cosa, ricondurre ogni cosa ad uno schema solo perchè ne abbiamo paura, non fa altro che dare potere alle sensazioni e agli avvenimenti che ci accadono, non fa altro che far affondare la nostra anima, come pesi, ancore che ci fanno invischiare tra le pieghe di un fondale malmostoso e inquietante. E io preferisco la luce.

Di tutto un po'.

Penelope.

“Guarda che non mi chiamo mica Penelope eh!”

La frase squarcia il silenzio immobile di un pomeriggio di maggio. Una ragazza bruna agita con rabbia il pugno contro il cielo, attirando l’attenzione di L. che – alzando lo sguardo distratto dallo schermo del cellulare – cerca l’origine di quella voce adirata e incontra il profilo acuminato di una donna agitata. Lo sguardo della giovane sembra ancora perso dietro una macchina che si è allontanata a tutta velocità, quasi creda che sia ancora possibile raggiungerla. L. la immagina piegare le ginocchia con grazia, prendere la rincorsa e iniziare l’inseguimento gridando come una moderna amazzone alla ricerca di vendetta. La scena è un frutto così vivido della sua immaginazione che, per un istante, L. è quasi convinto che ciò che ha sognato stia per succedere.

Ma la donna non è un personaggio dei libri che L. ama leggere ed ogni sua possibile fantasia su corse a perdifiato nel caldo tramonto è destinata ad infrangersi contro una più banale realtà. Dopo aver lanciato uno ultimo sguardo alla curva dietro la quale è sparita l’automobile – uno sguardo che L. immagina sprezzante –, la donna scrolla piano le spalle e si dirige alla fermata dell’autobus, la stessa dalla quale L. la osserva incuriosito. La ragazza si siede a pochi centimetri da lui, gli occhi nascosti dietro due lenti nere e spesse, e un sospiro stretto in gola. L. sente che si sta trattenendo, che – se fosse stata sola – avrebbe pianto; ma lui è lì, condividono la stessa panchina, non c’è nessuna possibilità di solitudine in uno spazio così ristretto, e lei raddrizza la schiena, si irrigidisce, quasi questo bastasse a trattenere il dolore.

Più di ogni altra cosa, L. vorrebbe attirare la sua attenzione, riuscire a dire qualcosa di intelligente, anche solo far cadere qualcosa per terra sarebbe sufficiente per spezzare il silenzio tra loro. Le parole, però, paiono essersi congelate sulle sue labbra, fredde e inutilizzate. Il tempo sembra improvvisamente dilatarsi e velocizzarsi. L. sente che l’autobus sta per arrivare, sa che questo vuol dire separarsi da quella donna per sempre: non si sarebbero più rivisti e lui non avrebbe mai più avuto un’occasione per contemplare gli occhi di quella donna, non avrebbe mai più avuto l’opportunità di conoscere la sua storia.

L. sa che sarebbe una storia meravigliosa da raccontare ai loro nipotini, se solo racimolasse nel suo corpo la più piccola briciola di coraggio. Mentre respira profondamente e lo stomaco gli si stringe in una morsa, alza lo sguardo verso l’orizzonte e vede l’autobus procedere quasi sobbalzando lungo la via, distante e luccicante. Non c’è più tempo per il romanticismo.

“Chi sarebbe Penelope?”. Quella domanda gli esce dalle labbra con la stessa spontaneità di un colpo di tosse e L., imbarazzato dal suo stesso coraggio, sente le guance farsi roventi. Quella frase, però, attira l’attenzione della donna, che prima sobbalza per la sorpresa e poi si volge verso di lui, abbassando lentamente gli occhiali da sole sulla punta del naso. I suoi occhi – grandi e viola – inchiodano L. a quella panchina sporca e assolata come pali conficcati nel cuore. Il fiato dell’uomo si spezza di fronte a quell’assalto e – per alcuni interminabili istanti – gli pare di essere sul punto di morire. La voce della donna – ora roca e pigra – spezza l’incantesimo dei suoi occhi. “Come scusa?”, gli chiede inarcando le sopracciglia. A quel punto L. non può più tirarsi indietro, non può fare finta di non aver parlato. Deglutendo rumorosamente, ripete la domanda. La donna si lascia scappare un mezzo sorriso divertito, mentre tutto il suo volto sembra contrarsi in una risata trattenuta.

“Oh, beh, nessuno di speciale.”

L. sente che la donna ora non sta più trattenendo in sé il dolore e il disappunto, bensì una di quelle risate roboanti che nei libri assumerebbe la dolce litania di una fresca cascata. L. amerebbe ascoltarla, ma non sa come fare, non sa cosa dire. L’autobus è sempre più vicino, la sua ombra ora li oscura completamente, mentre il mezzo si ferma e alcuni passeggeri scendono.

Nessuno dei due sale.

Di tutto un po'.

“Sì.”

La luce del tardo pomeriggio – calda e dorata – penetrava timidamente dalle persiane accostate e accarezzava i loro piedi intrecciati. Fino a pochi istanti prima lui le aveva schiacciato il viso contro il materasso, mentre le sue dita si attorcigliavano ai suoi capelli spessi e lunghi. Lei aveva spalancato le cosce, lo aveva implorato di prenderla, di penetrarla, aveva annaspato alla ricerca del piacere come se da quello dipendesse la sua stessa esistenza. Le sue mani erano affondate nel lenzuolo, lo avevano stretto al punto tale che era difficile immaginare chi si sarebbe spezzato per primo.

E lui aveva approfittato di quelle cosce spalancate, di quelle cosce morbide e piene che si aprivano per lui, di quella carne umida e calda che si schiudeva sotto le sue carezze. L’aveva riempita e aveva trattenuto il respiro, mentre le loro carni si adattavano, si stringevano l’uno all’altra in una morsa ferrea, quasi tremavano per quella perfezione divina che si perpetrava: solo in quei momenti sembravano fatti per stare insieme. Lei si era lasciata scappare un gemito e – nonostante il materasso assorbisse il rumore – lui aveva sentito quel suono riverberarsi in tutto il suo corpo. Era come tornare a casa. L’aveva stretta a sé, sperando che le dita potessero affondare sotto la sua pelle, desiderando ardentemente imprigionare la sua essenza, la sua luce.

Quando tutto era finito erano rimasti in silenzio, gli occhi sbarrati rivolti al soffitto azzurro. Tutto sembrava improvvisamente attutito, ogni rumore proveniente dalla strada giungeva smorzato alle loro orecchie e la passione che li aveva incendiati aveva ceduto il passo ad una calma surreale. Quando finalmente lui trovò la forza di aprire la bocca per parlare, lei sembrò intuirlo e scosse piano la testa, facendolo desistere. I capelli della donna seguirono il movimento quasi impercettibile del capo e – per un istante – agli occhi del giovane sembrarono onde di un mare che si preparava ad accogliere la tempesta. Erano vivi e l’avrebbero ingoiato se solo avessero potuto.

“È finita, vero?”

“Sì.”

Di tutto un po'.

È sempre un problema di cuore.

Signorina si sente bene?”

Che qualcuno possa voler attaccare bottone su un mezzo pubblico è assurdo e poco credibile. La maggior parte delle persone che provano ad avvicinarti sono mendicanti o turisti che non sanno quale direzione prendere e – ad entrambi – è difficile riuscire a rispondere. La gente è fin troppo impegnata per fermarsi a pensare che ci sia qualcun altro nel mondo, qualcuno di cui – anche solo per un istante – possiamo incrociare l’esistenza, qualcuno sul quale interrogarci curiosamente. La fretta, gli impegni dell’esistenza, i nostri stessi pensieri fanno sì che un velo cali tra noi e il mondo: ciò che potrebbe essere scoperto rimane a palpitare nel suolo umido, inascoltato. Quando S. sentì quella domanda, dunque, non pensò neanche per un secondo che fosse rivolta a lei e il suo sguardo rimase incagliato nel fazzoletto umido che stringeva tra le mani, quasi fosse la sua unica consolazione rimasta.

Ogni tanto, però, qualcuno che abbia voglia di parlare esiste e – come in questo caso – si trova proprio nel sedile di fronte al tuo in un tram che sta sferragliando per il centro città. Questo qualcuno – nel caso specifico Mrs. E. – non si lasciò di certo scoraggiare dal silenzio nel quale era caduta la sua domanda, ma anzi, si sporse verso la giovane con un piccolo sorriso di incoraggiamento. “Signorina si sente bene?”, ripetè e, in questo caso, S. non potè non riscuotersi dal proprio torpore e incrociare lo sguardo gentile e curioso di Mrs E., che cercava di indagare i suoi occhi umidi e tristi. “Dice a me?”, chiese con un certo imbarazzo e sbattendo più volte le palpebre, sperando così di allontanare le lacrime che stavano per colarle lungo le guance. Non era certo la prima volta che si lasciava andare al pianto in pubblico, ma non le era mai capitato che qualcuno lo notasse e le chiedesse come si sentiva. Sentirsi rivolgere quella domanda, dunque, la faceva sentire nuda, imbarazzata e stupida: rispondere ad una domanda del genere avrebbe voluto dire accettare ciò che stava provando, anche l’assurdità di tutte quelle emozioni, di tutti quei pensieri disperati e cavillosi che l’avevano assillata per giorni e ai quali non riusciva a dare un ordine. Come poteva ammettere ad alta voce che – forse per la prima volta nella sua vita – non riusciva ad avere il controllo di ciò che provava, della persona per la quale provava quel groviglio senza senso e pieno di nodi? Ma quello che provava, poi, cos’era? Quale nome poteva dargli? Non averne la minima idea la faceva impazzire. Cosa poteva esistere senza un nome?

Come poteva spiegare a quella donna che aveva pianto e urlato nella sua casa vuota e silenziosa, aveva rimuginato per giorni su ciò che ancora non riusciva a comprendere, si era lasciata abbattere dalla tristezza e aveva passato l’intera giornata a letto, lasciandosi inebetire dalla televisione? Lei che non aveva mai paura, lei che non si lasciava mai fermare da nulla, lei che aveva imparato a schiacciare il dolore in un angolino della sua anima mentre continuava a vivere, si era sentita improvvisamente impotente e incapace, era riuscita solo a indulgere in uno strazio (almeno apparentemente) creato unicamente dalla sua mente, una mente che aveva bisogno di capire ogni cosa, di smantellare ogni persona e ogni parola si trovassero ad incrociare il suo cammino per poterne controllare l’influsso sulla sua vita, per poterli vedere nella loro interezza quando era assolutamente impossibile ricreare un’immagine realistica, vera, assoluta, completa, giusta di qualsiasi cosa, di qualsiasi persona.

Come poteva spiegare ad un’estranea che per la disperazione, per l’esasperazione di non poter inveire contro nessuno, di non poter parlare con nessuno, si era sentita esplodere mille volte, aveva sentito l’esatto momento in cui la sua mente era collassata su sé stessa, aveva percepito distintamente l’istante in cui neanche le parole borbottate a sé stessa, le giustificazioni, i tentativi di spiegazione non erano più stati sufficienti, e aveva riempito una stupida borsa di alcune stupide cose che lui aveva lasciato a casa sua, si era sbattuta la porta alle spalle e si era messa a correre, correre, correre, mentre il vento le frustava il viso, mentre i suoi occhi lacrimavano e lei non riusciva a distinguere se fosse per la troppa tristezza o per quell’aria fredda e pungente che correva nella direzione opposta.

Quando aveva sentito il tram sferragliare, si era slanciata verso le sue porte aperte e si era lasciata inghiottire da quel mostriciattolo giallognolo. Aveva pensato che quello fosse un segno del destino, che sarebbe andata da lui, che avrebbe suonato a quel dannato campanello e se lui non avesse risposto avrebbe fatto a brandelli le sue cose, le avrebbe sparse davanti al portone, avrebbe fatto in modo che lui le vedesse, che si rendesse conto che non aveva nessun potere su di lei, che lei aveva avuto la forza e il coraggio di cancellarlo, di dimenticarlo, di escluderlo dalla sua vita.

Ma quando si era seduta lì, quando la rabbia, il dolore e l’impotenza erano rifluiti da lei seguendo il dondolìo costante e rassicurante del tram, aveva iniziato a piangere silenziosamente, come se si fosse resa conto per la prima volta da quando quella terribile follia era iniziata che nulla di quello che aveva progettato fino a quel momento aveva senso, che quelle cose che aveva appallottolato nella borsa le erano più care di quanto avrebbe mai potuto pensare, che quella pazzia, che quella tristezza la stavano trascinando in un gorgo che aveva voluto creare, un gorgo all’interno del quale ogni cosa doveva essere distrutta, ogni cosa doveva essere spazzata via perché anche lei pensava di sentirsi così: spezzata, sola, abbandonata. Quanto c’era di vero in tutto questo? Quanto di quello che provava affondava le radici in un passato che si era convinta di aver superato? Quante volte aveva pensato di aver tappato quelle crepe, di averle ricucite bene e quante volte aveva sentito quelle ferite riaprirsi senza pietà, lasciandola sanguinante a terra?

Ma non era possibile dire tutto questo a una estranea. No, non era proprio possibile, neanche quando la sconosciuta si era chinata verso di lei con sollecitudine, aspettando una risposta.

“È solo un po’ di allergia”, rispose S. scrollando le spalle. Mrs E. sorrise con dolcezza a quelle parole tremanti e strinse una delle mani di S. che aveva lasciato andare la presa sul fazzoletto umido e spiegazzato. “Qualsiasi cosa abbia pensato di fare questa sera, lasci perdere signorina, se le va di seguire un consiglio. Scenda alla prossima fermata e torni a casa.”

Di tutto un po'.

riflessione nr. 212

Stamattina ho avuto una sorta di epifania che credo cambierà completamente il mio modo di vedere le parole degli altri: fin da quando ero troppo giovane mi sono abituata a non fermarmi a ciò che mi veniva detto, ma a scendere più a fondo nelle parole, cercare significati ulteriori, provare a leggere la realtà dissipando la nebbia che la avvolgeva, una nebbia che non dipendeva da me. Questa abitudine, forse, mi ha salvato la vita quando avevo quattordici o quindici anni, mi ha aiutato a sopravvivere al dolore del riconoscimento, mi ha fatto sentire forte, indistruttibile, perchè – qualsiasi cosa io stessi attraversando – avrei sempre visto la verità e la verità mi avrebbe salvato.

Quando si acquista un’abitudine, però, è difficile lasciarla andare, è difficile che non plasmi la nostra mente a sua immagine e somiglianza, rendendoci – da quel momento – delle persone completamente diverse da ciò che siamo sempre stati. Le abitudini di per sè non sono un male: ci aiutano a riconoscere la realtà, ad accettarla, a farla nostra attraverso degli schemi mentali familiari che attenuano la nostra paura della diversità. Un’abitudine acquisita in una situazione emergenziale, però, proprio perchè nata dal disperato tentativo di sopravvivere, racchiude in sè meccanismi che poco si adattano alla vita di tutti i giorni: neanche una gazzella corre tutto il giorno per difendersi dai leoni.

Eppure – anche quando il pericolo è passato e puoi respirare normalmente – la tua mente, i tuoi pensieri continuano a correre senza requie, interpretano qualsiasi cosa, qualsiasi parola, qualsiasi gesto. Ed è questa interpretazione, questa ricerca di un significato altro a provocare dolore, più dolore di quanto le parole stesse possano mai arrecare, quasi fosse l’unica cosa che ci meritiamo di provare. Inoltre sovrinterpretare ogni cosa, attribuire a ciò che ci viene detto un significato che va oltre le parole stesse, rende l’altra persona un mero prodotto della nostra mente, quasi questa non fosse reale, non fosse abbastanza forte, adulta o matura da dirci effettivamente ciò che prova quando lo prova.

Vogliamo davvero che la nostra mente abbia tutto questo potere su noi stessi e sugli altri quando potremmo semplicemente lasciare che le cose si presentino a noi semplicemente per quello che sono?

Di tutto un po'.

riflessione numero 210

Quando per anni si pensa alla propria condizione come a un errore, quando per anni si pensa di essere nel torto, di essere il danno, i sensi di colpa sono qualcosa di estremamente comune con cui convivere. Ti senti in colpa perchè esisti, ti senti in colpa se non vai bene a scuola, ti senti in colpa perchè vedi cose che gli altri non vedono. Diventi tremendamente severo con te stesso, ogni traguardo che raggiungerai non sarà mai abbastanza, non sarà mai sufficiente a riempire il vuoto che senti dentro: il vuoto che immancabilmente scaturisce da una non accettazione. Ho sempre pensato che nascere e crescere in un ambiente che non ti ama è un po’ come tentare di far partire una macchina mentre questa ha il cambio posizionato sulla terza: osservi tutti gli altri riuscire a muoversi, senti il rombo del motore che asseconda le richieste degli altri e tu rimani lì, con una macchina esausta per la tua incompetenza, mentre ti chiedi cosa ci sia che non vada in te. In realtà non c’è niente che non funzioni o, quantomeno, niente che non si possa aggiustare con qualche piccolo trucchetto magico – e poi, cazzo, se schiacciassi la frizione e mettessi in prima ti sarebbe di estremo conforto.

Aiùtati: ecco, forse è questo che ci dimentichiamo di fare. Ci dimentichiamo che siamo noi il nostro primo strumento, che le Divinità ci hanno dato ogni mezzo per superare ciò che stiamo vivendo, anche quando ogni cosa ci travolge, anche quando ci sentiamo inermi [mi ricorda un po’ il mito di Platone sull’anima che si reincarna e che – prima di ridiscendere sulla terra – beve l’acqua del fiume Lete e dimentica tutto ciò che ha vissuto in precedenza. Ma ciò che ci pare dimenticato, in realtà è solo sepolto, in realtà può sempre tornare alla luce]. E quando il dolore ti pungola come vuoi sentirti? Come sarebbe giusto sentirsi? Ormai sono sempre più convinta sia giusto soccombere. Non ci sono altre scelte, altre possibilità. Ci dicono di combattere, ci dicono di essere forti, di non pensarci, di tenere impegnata la mente e – forse – hanno anche ragione, ma il più delle volte è solo un modo per scappare da ciò che sentiamo, per rimandare, per non specchiarci in quello che proviamo, per non essere indulgenti.

Mia nonna, ad esempio, è una di quelle persone che – se scopre che non stai facendo nulla e che sei anche felice di quella tua inattività – ti fa sentire in colpa fino a quando non alzi il culo da quella sedia, da quel divano o da dove l’hai appoggiato fino a quel momento e non ti metti a fare qualcosa, qualsiasi cosa. L’azione è il suo linguaggio e io mi ci sono rotolata come un maiale nel fango per talmente tanti anni, e senza assolutamente accorgermene, come se fosse normale parlare con la voce di qualcun altro [oggi – leggendo un articolo particolarmente interessante – ho scoperto che alcune delle cose che mi dice sarebbero classificabili come microaggressioni, frasi apparentemente banali come “dovresti pesarti più spesso”, “in effetti sei un po’ più piena”, etc, ma che in realtà si incastrano da qualche parte dentro di noi creando una ferita che non fa che allargarsi ogni volta]. È un po’ come essere Rambo, sempre pronti a difendersi da qualcosa o da qualcuno, in una costante situazione di emergenza e di pericolo, ma senza che ce ne sia più motivo.

L’unica cosa che potevo desiderare per me stessa era svegliarmi, aprire gli occhi, parlare con la mia voce, senza interferenze, seguire la mia Legge. Il risveglio è avvenuto in un momento in cui ero distratta e non me ne sono accorta subito, non ho nessuna data da segnare, nessun giorno da festeggiare. Eppure è successo e stamattina pensavo a quel famoso velo di Maya di Schopenhauer, quel velo che va squarciato. Ma chi ha la forza di comprendere che noi stessi, le persone che ci stanno più vicine e che pensiamo di conoscere non sono per niente ciò che immaginavamo? Credo dipenda dal fatto che – più ci sono vicine, più sono importanti per noi – più diventano per noi un ruolo, la loro immagine si cristallizza, non le vediamo più come persone, normali persone che – per una mera casualità – fanno parte della nostra vita: pensiamo che siano lì per noi, solo per noi, veniamo travolti da ciò che proviamo per loro, ci dibattiamo nello sconforto quando non rispettano le nostre aspettative, le aspettative che montano in noi perchè quelle persone non sono più qualcuno, ma rappresentano qualcosa per noi e quel qualcosa ha regole precise, rituali precisi e chi non li rispetta ci ferisce tremendamente. Come si è permesso di farci così male?

E dimentichiamo che tutto questo non è altro che un costrutto, una sovrastruttura, che una serie di casualità ci ha portato ad incontrare quelle persone solo perchè erano nello stesso luogo nello stesso momento, o perchè erano vicine ad altre persone che – a loro volta – erano legate a noi, con le quali possiamo solo sperare – se davvero lo vogliamo – di condividere qualcosa, un po’ di vita, un po’ di passi. Non c’è molto altro in fondo, nessuna poesia se non quella del destino che – di per sè – credo se ne freghi della poesia che possiamo ricavare dai suoi intrecci.

Riflettere su queste cose credo sia solo un modo di rendere giustizia agli altri — e, quindi, a noi stessi — quando veniamo giudicati mancanti: forse stiamo solo recitando una parte che non è la nostra: c’è chi è Otello e chi è Desdemona. Tu chi sei?

Di tutto un po'.

La vera natura della segretaria (pt. 6)

Qualsiasi dichiarazione d’amore che C. si fosse aspettato da V. era volata via nel vento, inghiottita dall’abituale malumore della giovane appena sveglia. V. lo guardava come se si fosse appena resa conto di aver passato la notte con un enorme scarafaggio e C. si alzò dal letto, il volto rosso dall’imbarazzo, mentre cercava di lisciare con le mani sudate le pieghe che si erano irrimediabilmente formate sulla sua camicia e sui suoi pantaloni e che sembravano volersi espandere all’infinito, nonostante i suoi deboli sforzi per ripristinare l’ordine perduto.

Mentre gli sembrava di morire sotto lo sguardo arrabbiato di V., C. non riusciva davvero a capire per cosa si vergognasse di più: se per le sue fantasie in cui V. sarebbe caduta subito ai suoi piedi colta da un lungo fremito di amore e desiderio o per il fatto che tutto ciò non si fosse realizzato e lui si trovasse di fronte ad una ragazza accigliata e irritata. Non che quella espressione di aperto disappunto la rendesse meno bella, pensò C. mentre cercava di fare ordine tra i suoi pensieri e si chiedeva con una profonda e malcelata agitazione se sarebbe mai stato in grado di ricondurre V. all’interno dei confini stretti e, almeno in teoria, invalicabili della sua mansione. Sarebbe riuscito a pensare a lei solo come ad una delle segretarie che negli anni aveva assunto e alle quali aveva affidato compiti e mansioni dei quali lui non avrebbe mai voluto occuparsi o sarebbe stato costretto a licenziarla perché ormai era stata superata ogni possibile decenza?

C. sapeva perfettamente che non era mai stato in grado di esercitare su V. nessun tipo di autorità, neanche nei suoi primi giorni di lavoro, quando la ragazza sembrava ascoltarlo con attenzione e curiosità, con la timidezza tipica di chi ancora non è riuscito a prendere le misure e ha paura di non essere all’altezza del compito assegnatogli o del nuovo posto di lavoro. L’uomo si rendeva conto in quel momento che lei aveva recitato una parte, la parte che pensava le venisse richiesta di recitare e che ben presto la sua vera natura era emersa da quella fasulla superficie di condiscendenza e sollecitudine. Ma se lei non era riuscita a rispettarlo prima, come avrebbe mai potuto farlo ora che tra loro non c’erano più barriere e si erano guardati negli occhi come due persone e non attraverso i loro ruoli? C. avrebbe voluto poter dire qualcosa, trovare le parole giuste per esprimere tutto ciò che gli passava per la mente, ma la sua bocca si era fatta improvvisamente secca e le parole sembravano non voler uscire per quante volte egli potesse schiarirsi la voce.

Fu V. a rompere quello stallo silenzioso con un sospiro profondo ed esausto. “Credo sia meglio se parliamo signor C.”, disse indicandogli con un braccio di raggiungere il salotto. Non c’era più traccia di rabbia in quegli occhi così espressivi e profondi, ma solo una stanchezza invincibile, come se – per l’ennesima volta – un peso insostenibile le fosse caduto sulle spalle e lei, al pari di Tantalo, avesse il dovere di sorreggerlo, a costo della sua stessa vita. C. seguì la direzione di quella mano affusolata e si diresse in soggiorno, una piccola stanza arredata in modo semplice, ma caldo, senza soprammobili inutili o vezzi. Non c’erano foto che le ricordassero la famiglia, non c’erano mobili pieni di ninnoli, ma solo un piccolo divano azzurro, un tappeto e un enorme stereo di un rosa acceso. Quasi C. poteva immaginarla mentre ballava forsennatamente per la stanza, i capelli che le frustavano il viso e la bocca che si apriva per cantare a squarciagola. Un piccolo sorriso gli piegò le labbra, mentre si accorgeva che quella ragazza gli piaceva davvero e che avrebbe pagato più o meno qualsiasi cifra per guardarla ballare. Quasi senza volerlo (o forse no?) aveva rovinato tutto; se aveva mai avuto qualche speranza con V., ora non rimaneva più nulla. Ma poi quale speranza avrebbe dovuto nutrire? Lui era molto più grande di lei, avevano stili di vita completamente diversi, ambizioni inconciliabili (anche se V. non ne aveva mai dimostrato alcuna, ma in fondo chi non ne ha?, pensava C.) e anche i loro appartamenti e i loro mobili sembravano appartenere a due mondi totalmente incompatibili: lui che amava i contrasti, aveva arredato casa sua sui toni del bianco e del nero, mentre l’appartamento di V. era colorata ed accesa come lei.

Quando lei lo raggiunse, si era vestita e lavata il viso con energia, al punto che ora la sua pelle quasi trasparente aveva qualche macchia rossa sulle guance. Gli fece un gesto per invitarlo a sedersi e lui – cercando di sconfiggere il proprio disagio – si appollaiò sul bordo del divano. Non riusciva a ricordare un’altra occasione della sua vita in cui si fosse sentito così sotto pressione; soprattutto non di fronte ad una ragazza così giovane e seriosa. Cosa gli avrebbe detto? E lui come avrebbe reagito? Avrebbe dovuto dire qualcosa? Ribattere alle sue accuse o tacere e accettare qualsiasi cosa lei avrebbe potuto dirgli? Le domande e i pensieri si ricorrevano nella sua mente come api impazzite in un prato di fiori variopinti. Il volto di V., invece, era fermo: nessuna espressione ne deturpava la bellezza particolare e solo un piccolo lampo intermittente attraversava i suoi occhi grandi e imperscrutabili. Sembrava quasi che il suo viso si volesse aprire in una risata fragorosa, ma che V. cercasse di mantenere il controllo e soffocare l’ilarità che le solleticava la gola. Solo quel lampo pareva fosse lì a testimoniare ciò che V. gli stava nascondendo. Possibile che la ragazza lo stesse semplicemente prendendo in giro? Che tutti i pensieri che lui aveva macinato in quei pochi minuti da solo, e la notte prima, non fossero altro che sciocchezze? Che in realtà non fosse successo assolutamente nulla degno di nota e che a V. non importasse assolutamente niente di tutta quella situazione e volesse semplicemente tornare alla sua vita di tutti i giorni, dimenticando completamente che loro due avevano passato una notte insieme?

L’orgoglio di C. parve insorgere di fronte a quelle considerazioni. Era stata V. a chiedergli di non lasciarla sola, di non abbandonarla, di rimanere con lei anche se lui avrebbe di lunga preferito andarsene, tornare a casa e dimenticarsi di averla incontrata quella sera, di averla vista piangere su una pinta di birra. E invece lei lo aveva costretto a rimanere, a calpestare la propria etica professionale, a distruggere i leciti e necessari confini che C. aveva creato tra sé e i suoi sottoposti. E aveva fatto tutto ciò con sei semplici parole – Non te ne andare ti prego – che ancora erano in grado di risuonare dentro di lui, creando una eco infinita e tagliente, risvegliando in lui tutto quel senso di protezione e amore che mai aveva provato così profondamente per qualcuno prima di quel momento. E ora tutto doveva finire con un semplice battito di ciglia? Ora non doveva esistere più nulla di quello che aveva provato? Non sarebbe rimasto nulla di tutte le fantasie e i pensieri che l’avevano vista protagonista almeno nella sua mente? Avrebbe dovuto dimenticare ogni cosa?

E mentre C. fremeva di indignazione per le parole che V. non aveva ancora pronunciato, la giovane aveva preparato del caffè, ne aveva riempito una tazza senza chiedere a C. se ne volesse un po’ e aveva preso posto sedendosi a gambe incrociate su un piccolo tavolino sistemato davanti al divano, le dita lunghe intrecciate alla tazza bollente. I due ora potevano guardarsi negli occhi senza che V. dovesse allungare il collo verso di lui e quel cambio di prospettiva le strappò un sorriso compiaciuto. Quando c’era qualcosa di importante da dire bisognava sempre avere il coraggio di parlare da pari a pari, qualsiasi fossero le circostanze o i ruoli che si era costretti a ricoprire all’interno della società. E V. era stanca di rendere tutto molto più difficile di quanto sarebbe dovuto essere. Non aveva più voglia di scavare nell’animo degli altri fino ad arrivare al punto di poterne estrarre il cuore pulsante. Aveva capito che era peccato, aveva capito che era sbagliato carpire il segreto dell’anima altrui perché non avrebbe mai potuto donare agli altri qualcosa che fosse anche solo lontanamente equiparabile per valore o peso.

In un libro aveva letto che Commettiamo sempre peccato quando non ci accontentiamo di quello che il mondo ci offre spontaneamente, di ciò che una persona ci dà per libera scelta, è sempre peccato tendere avidamente la mano per carpire il segreto di un altro, e non aveva più smesso di ragionarci su, di masticare ogni parola sotto i denti fino a renderla familiare e commestibile. V. continuava a ripetersi quelle parole nella mente anche mentre sorseggiava il suo caffè caldo e osservava placidamente C., che pareva seduto su scomodissimi carboni ardenti. Ripeteva quella frase dentro di sé come un mantra e – più la ripeteva – più la trovava giusta, sensata, più sentiva che, almeno quella volta, sarebbe stata in grado di lasciare andare, dimenticare, cancellare la propria colpa e accettare ciò che la vita aveva deciso di darle. Sarebbe finalmente riuscita a mantenere il controllo sulla sua fame vorace e insaziabile di vita e di persone. Forse, per una volta, sarebbe andato tutto bene anche per lei. O almeno V. avrebbe lavorato perché fosse così. Quando si decise a parlare C. sussultò come se qualcuno l’avesse pizzicato e alzò lo sguardo ad incontrare finalmente il suo.

Parlarono a lungo quella mattina. O meglio, V. parlò molto, mentre C. si limitava ad ascoltare quella sorta di sermone improvvisato pieno di frasi e parole che mai si sarebbe aspettato di sentire da una ragazza così giovane e in una situazione così bizzarra e sconclusionata. Quando lei finì di parlare e il silenzio scese nuovamente su quel piccolo salotto, C. rimase ancora qualche istante seduto su quel divano azzurro come se quest’ultimo fosse divenuto la sua sola àncora di salvezza, gli occhi spalancati e perplessi. V., invece, si alzò, si sgranchì le gambe indolenzite e lo salutò con un gesto della mano: ci vediamo dopo in ufficio signor C. e, così dicendo, sparì in bagno.

Il signor C., a metà tra lo sbigottito e l’indignato, si alzò con uno slancio eccessivo e quasi corse alla porta, sbattendosela poi alle spalle con irruenza, convinto che quella ragazza non fosse altro se non il diavolo.

Due soli, Leggilo!, Spruzzi di creatività

“Due soli”: un’avventura tutta mia.

Nonostante quest’anno sia stato difficile sotto tanti aspetti, sono riuscita a ricavarmi una mia piccola nicchia personale all’interno della quale cerco costantemente di muovermi ed espandermi, senza farmi frenare o spaventare dai limiti che la società spera di imporci o da quelli che io stessa mi imponevo per il timore di non farcela.

Spesso i nostri sogni si trovano di fronte porte sbattute in faccia o a tal punto ben serrate da essere praticamente invalicabili: non ci sono trucchi che si possono adoperare, non ci sono grimaldelli in grado di scassinare le serrature del mondo dell’editoria per una persona sconosciuta e che non abbia chissà quale seguito sui social o nel mondo dello spettacolo.

O almeno questo è quello che è successo a me, ovviamente. Le poche proposte che ho ricevuto non mi avrebbero comunque permesso di allargare la mia cerchia di conoscenze e far sì che il mio lavoro venisse conosciuto e apprezzato da più persone di quelle che io stessa potrei mai coinvolgere.

Dunque ho deciso di fare da sola, di imbarcarmi in questa piccola avventura con un racconto al quale tengo molto e che mi è stato accanto in momenti in cui non mi sembrava possibile ci fosse una luce. È un racconto d’amore sull’amore, un racconto nel quale i due protagonisti – O. e B. – si sfidano, si nascondono dietro ironia e trabocchetti pur di non avvicinarsi, pur di non vedersi veramente, di non conoscersi fino in fondo, nonostante entrambi sappiano che – dopo quel loro primo incontro su un autobus semivuoto – niente sarà più lo stesso.

È uno dei pochi racconti che io abbia mai scritto che – anche se in un modo un po’ rocambolesco e laborioso – ha il suo lieto fine: ma non uno di quei lieto fine dove ogni cosa si aggiusta e si prospetta per loro un futuro roseo e privo di ostacoli; credo che il mio sia un lieto fine in costruzione, all’interno del quale i due protagonisti – pur spaventati da loro stessi e dai loro sentimenti – cercano di scavare a fondo nei loro animi per trovare il coraggio di convivere con questa paura: la paura di soffrire, di ferire ed essere feriti. Così facendo, tentano di aprirsi finalmente alla vita e all’amore. Nessuno sa come andrà realmente a finire, neanche io, ma spero per loro che le cose non siano mai così difficili da sembrare impossibili.

A pochi giorni dalla fine dell’anno, e a quasi un mese dalla pubblicazione su amazon di “Due soli”, posso fare un primo bilancio, tirare alcune somme, con la consapevolezza che il lavoro da fare è ancora molto: ringrazio tutti coloro che l’hanno acquistato dandomi fiducia; ringrazio coloro che hanno lasciato una recensione, che me ne hanno parlato in privato esprimendomi il loro parere; ringrazio tutti quelli che hanno cercato di aiutarmi a condividere i miei post sui social network; ringrazio anche coloro che ancora non l’hanno letto, ma che – forse –, leggendo questo post, saranno curiosi di andare a cercarlo e che – forse – lo acquisteranno.

Buona lettura!

Di tutto un po'.

La vera natura della segretaria (pt. 5)

Svegliarsi nel letto di qualcun altro non è mai semplice. Se poi a questa sensazione di vago, ma insinuante disagio aggiungiamo il fatto che C. fosse ancora completamente vestito e avvinghiato al corpo giovane e pieno della sua segretaria, non possiamo non comprendere il sobbalzo che fece la sua mente quando si rese pienamente conto della situazione in cui si trovava. Anche se apparentemente ogni sua fantasia sembrava essersi realizzata, C. non era per nulla contento.

A svegliarlo doveva essere stato un movimento di V.: C., infatti, aveva scoperto a sue spese che la ragazza non faceva che muoversi nel sonno; questi movimenti, poi, erano spesso accompagnati da indistinti borbottii, il cui significato era incomprensibile per le orecchie dell’uomo che – più aguzzava l’udito per carpire anche solo qualche parola sconnessa – più vedeva frustrato ogni suo tentativo.

Proprio a fronte di quella irrequietudine, l’uomo aveva cercato di cingere la piccola, ma frenetica V. con le sue braccia e le sue gambe, sperando così che lei si placasse o che – almeno – essendo anch’egli divenuto parte di quei frenetici scatti sarebbe arrivato al punto di non farci più caso, come se si trovasse sdraiato nella cuccetta di una nave e il beccheggiare ritmico delle onde fosse stato in grado di conciliargli il sonno.

Così era stato, in effetti. Quasi fuso con l’inquietudine della giovane, ben presto la stanchezza aveva avuto il sopravvento e C. si era addormentato. Il suo intento iniziale, però, era decisamente diverso: egli, infatti, avrebbe voluto solo starle vicino finché V. non si fosse rasserenata e avesse ceduto al sonno. Dopo di che aveva pensato di spostarsi sul divano e di aspettare lì la mattina. Non se la sentiva di lasciarla sola con tutto quel buio e una parte di lui era addirittura convinta che lei avesse bisogno della sua presenza, un bisogno disperato e profondo. Se se ne fosse andato prima dell’alba e lei lo avesse chiamato nel sonno o avesse allungato la mano nel letto alla ricerca del suo calore senza trovarlo, C. non se lo sarebbe mai potuto perdonare: per la prima volta da quando la conosceva, l’uomo aveva compreso che in V. c’era una ferita antica, ma che non si era ancora cicatrizzata, una ferita che parlava di abbandono e solitudine; anche solo pensare che lui sarebbe potuto essere la causa di un nuovo dolore in grado di far nuovamente sanguinare quella giovane testarda lo colmava di sgomento e terrore. Non poteva. Perciò, proprio prima di addormentarsi avvolto nel suo profumo, aveva organizzato nella sua mente tutto nei minimi dettagli: al sorgere del sole avrebbe scritto un breve biglietto nel quale le spiegava che era dovuto tornare a casa in un modo che sembrasse almeno tenero e partecipe e poi si sarebbe chiuso piano la porta alle spalle, sperando che quel rumore non la svegliasse.

Invece era stato tradito dalla sua stessa stanchezza e – quando aveva riaperto gli occhi – quasi gli era mancato il respiro sentendo il corpo caldo di V. stretto al suo. Ma quella stretta alla gola non derivava certo dal desiderio che provava per la giovane: C. stava per essere sopraffatto da un attacco di panico. Dopo aver aperto gli occhi ed aver preso coscienza della sua situazione, la prima cosa che si chiese fu che ore fossero. Era troppo buio per poter capire qualcosa dal quadrante del suo orologio da polso e V. non aveva nessuna sveglia sul comodino che potesse aiutarlo. Fuori sembrava ancora buio, ma C. non si fidava della fioca lamina di luce che penetrava tra gli spiragli delle serrande abbassate e non si ricordava dove avesse appoggiato il cellulare. Mentre questi pensieri si rincorrevano, C. si rese conto che nel sonno le posizioni si erano invertite: ora era V. che lo stringeva a sé, erano le gambe della ragazza ad immobilizzare le sue, mentre il suo viso era nascosto nella piega del suo collo e i capelli lunghi e folti della giovane gli solleticavano il naso. Come avrebbe potuto districarsi da quella stretta invincibile? Come avrebbe fatto a scivolare via da lei senza che V. si svegliasse? Era proprio quel pensiero che aveva creato in C. il groppo in gola e l’impressione che non fosse in grado di respirare. Doveva alzarsi, doveva andarsene, non poteva più restare lì, non poteva affrontare V. appena sveglia. Non voleva che lei pensasse che lui… Già, che lui cosa? Nonostante la mente fosse ancora annebbiata in parte dal sonno in parte dall’agitazione, C. si rese conto che la sua presenza lì, il fatto che avesse dormito con lei, abbracciato a lei, che non se ne fosse andato quando era ancora in tempo per farlo sarebbe potuto essere visto da V. come una dichiarazione d’intenti, un invito ad approfondire il loro rapporto, a volere iniziare una relazione. E come avrebbe potuto gestire tutta quella pressione sul luogo di lavoro? Come avrebbe potuto continuare a parlarle quando sapeva che con la sua sconsideratezza l’aveva irrimediabilmente ferita?


Che uomo sensibile ci appare C., nevvero? Mentre è stretto a una donna morbida e calda, il cui profumo assomiglia insopportabilmente a quello delle ginestre in fiore, e i suoi capelli gli finiscono immancabilmente in bocca ogni volta che gli scappa un sospiro silenzioso, C. si ritrova paralizzato da un panico che nasce dai suoi stessi pensieri, senza che V. abbia mai fatto verso di lui gesti equivoci o abbia mai lasciato intendere – attraverso parole o sguardi – di essere irrimediabilmente innamorata di lui. Fino alla sera prima, anzi, V. aveva mantenuto con l’uomo un atteggiamento tra il distaccato e l’irriverente, nulla che – ad una mente lucida – potesse mai far pensare all’amore o, quantomeno, ad un’illusione d’amore. Nonostante ciò il nostro C., al pari di un nuovo Mosè disposto a tutto pur di salvare gli ebrei e portarli verso la terra promessa, si sentì investito della responsabilità di salvare quella giovane e inesperta ragazza da sé stessa, dai propri sentimenti e da quella situazione ambigua. Il classico cavaliere dall’armatura scintillante, se non fosse che indossava ancora la camicia – ormai spiegazzata – del giorno prima.

Proprio mentre pensava ad un modo per districarsi da V. senza che questa si svegliasse, il silenzio della stanza venne squarciato da una musica incalzante:

You get a shiver in the dark

It’s a raining in the park but meantime-

South of the river you stop and you hold everything

A band is blowing Dixie, double four time

You feel alright when you hear the music ring

V. sobbalzò come se qualcuno l’avesse punta con uno spillo e allungò il braccio verso il comodino, certa di trovarvi il telefono e fermare così la sveglia e i Dire Straits, mentre borbottava qualcosa tra i denti. Ma il telefono non si trovava dove V. era solita lasciarlo, perché la sera prima – dopo essersi spogliata –era rimasto acceso in una tasca dei jeans e ora giaceva a terra, nascosto tra la moquette. Ancora addormentata, incapace di comprendere a cosa fosse avvinghiata con tanta energia, cercò di sporgere un braccio dal letto, mentre le dita vagavano ciecamente alla ricerca dell’origine di quel suono.


Well now you step inside but you don’t see too many faces

Coming in out of the rain they hear the jazz go down

Competition in other places

Uh but the horns they blowin’ that sound

Way on down south

Way on down south

London town



Nella sua mente ancora non del tutto lucida, si spiegò quella novità immaginando di aver fatto cadere a terra il telefono lei stessa, con un movimento inconsulto del braccio, mentre dormiva. Finalmente la sua mano afferrò qualcosa di duro e rettangolare e riuscì così a interrompere la voce di Knopfler; nel fare ciò, però, fu costretta a sporgersi di più e sarebbe caduta a terra se non ci fosse stato C. ad afferrarla per la vita e a stringerla a sé. Quando V. sentì un paio di mani forti e agili che l’afferravano poco prima che cadesse e il suo corpo aderire ad un altro corpo ben più alto e muscoloso, la sua fronte si aggrottò, mentre l’imprecazione che aveva a fior di labbra si trasformava in un’espressione di puro sgomento. Mentre cercava di districare le proprie gambe dalla confusione causata dalle lenzuola aggrovigliate e dalle gambe di un’altra persona, borbottò un Ma che diamine… che anche C. riuscì a capire e che tutto sembrava tranne una di quelle dichiarazioni d’amore che l’uomo aveva pensato di dover subire dalla giovane. Quest’ultima sembrò ricordarsi in un lampo quello che era successo la sera prima, compreso il momento in cui – prima di addormentarsi – aveva chiesto a C. di rimanere con lei come una ragazzina sciocca e petulante che avesse paura del buio. L’ira verso sé stessa si espresse in un effluvio di imprecazioni e maledizioni che V. rivolgeva alternativamente a lei e alle divinità che l’avevano abbandonata la sera precedente, mentre con uno scatto era balzata fuori dal letto e aveva trovato l’interruttore, inondando la stanza di una fredda luce al neon, che rese entrambi ciechi per alcuni istanti.

Quando riuscì ad aprire gli occhi di nuovo, V. si trovò di fronte un C. sgualcito e con l’espressione colpevole e guardinga di un bambino colto con le mani nella marmellata. Le sue labbra, invece di piegarsi nel sorriso d’amore che C. aveva a lungo immaginato, si distorsero in una smorfia.

“Questa è una situazione assolutamente disdicevole”, furono le prime parole comprensibili che V. pronunciò dopo una notte di borbottii