Dialogo: Forse in un’altra vita.

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Odiava svegliarsi nel bel mezzo della notte, allungare la mano cercando le sue cosce piene per poterla stringere a sé e non trovarla nel letto. Aveva bisogno di nascondere il naso nella piega morbida del suo collo alla ricerca del profumo della sua pelle per poter tornare a dormire, ma l’unica cosa che trovò fu un’eco indistinta di quell’aroma naturale che impregnava il suo cuscino. In quell’ultimo periodo gli succedeva fin troppo spesso di risvegliarsi e trovarsi da solo in quel letto fin troppo grande. Sembrava che non riuscisse ad avere un sonno tranquillo, ma lui non ne capiva il motivo. Se non si alzava in piena notte, la sentiva rivoltarsi nel letto, girandosi da una parte all’altra, sbuffando spazientita e sospirando malinconica. Pareva quasi che qualcosa la stesse consumando, divorandola dall’interno un pezzo alla volta. Calciò via le coperte e si tirò su con un balzo. La trovò appollaiata in balcone, le gambe che penzolavano inerti dalla ringhiera. La luce di un lampione regalava un alone verdastro ai suoi capelli, trasformandola quasi in un fantasma.

Lui: Ma lo sai che ore sono?

Lei (guardando l’orologio): Le quattro meno qualche minuto credo. (Pausa)

Ho dimenticato gli occhiali sul comodino.

Lui: E cosa ci fai qui?

Mosse le spalle, come a voler dire che neanche lei sapeva perchè fosse lì, perchè non riuscisse a dormire, cosa la divorasse dall’interno come un tarlo affamato, pronto a distruggerla senza lasciare di lei neanche una traccia.

Lui: Hai fatto un brutto sogno?

Lei: No. (Pausa)

Ormai non ne faccio più da tempo.

Lui: Ti ho sentita muoverti parecchio prima che mi addormentassi.

Lei: Mi muovevo perchè tu cercavi di stringermi come se volessi strangolarmi.

Lui: (leggermente imbarazzato): È per questo che ti sei alzata?

Lei: No. (Pausa. Accenna un sorriso)

Avrebbe dovuto darmi fastidio, ma in realtà era quasi piacevole.

(Silenzio. Lui si siede vicino a lei. Rimangono al buio)

Lei: È che…

Lui: Cosa?

Lei: Per una volta evitiamo di parlare, va bene?

Lui: Credi che io parli troppo?

Lei: Credo sia più una compensazione del silenzio che mi lascio dietro.

Lui: Ad alcuni i silenzi fanno paura.

Lei: Sarà un problema di horror vacui.

Lui (accennando un sorriso): Mi piaci quando parli in latino.

Lei: Quando mi hai mai sentito parlare latino? (Pausa)

Non l’ho mai studiato.

Lui: Deve essere stata un’altra vita.

Lei: O un’altra donna.

Lui (scuotendo il capo con decisione): Sono assolutamente sicuro che fossi tu. (Pausa)

Semplicemente non era qui, non era in questo secolo e tu indossavi uno di quei lunghi e vaporosi vestiti fatti di velluto. (Pausa)

Ti piaceva sussurrarmi versi di Catullo.

Lei lo guardò come se fosse completamente impazzito, ma lui non ci fece caso – o il buio glielo nascose – e si chinò su di lei, a tal punto vicino alle sue labbra che i respiri iniziarono a mescolarsi, uno che sapeva di menta e l’altro di fragola.

Lui: Odi et amo. Quare id faciam, fortasse reaviris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Lei (sbattendo le palpebre): Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai. (Pausa. Si porta una mano al petto e stringe la maglietta tra le dita. La voce si incrina)

Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

Lui (guardandola intensamente attraverso il buio): Come fai a saperlo se non hai mai studiato latino?

(Silenzio)

Lei: Immagino che quindi fossimo destinati sin dal primo sguardo.

Lui: Credo che le nostre anime si siano cercate anche in questa vita e che non abbiano fatto altro che bruciare per spingerci uno tra le braccia dell’altra.

Lei scuoteva piano la testa come un cavallo che cercasse di allontanare una mosca fastidiosa e lui avvertì nell’aria l’odore fresco e profumato del suo shampoo. L’istinto l’avrebbe spinto ad affondare il viso tra le sue ciocche sciolte, ma intuiva che in quel momento lei l’avrebbe respinto.

Lei: Ma tu credi davvero a queste cose?

Lui: Prima di conoscerti non credevo neanche a Dio.

Lei: E adesso?

Lui: Solo Dio avrebbe potuto concepire un essere perfetto come te.

Lei rise profondamente, al punto che lui sentì la ringhiera tremare sotto il suo corpo. Sembrava meno nervosa di prima, ma lui sapeva che era solo una piccola tregua: la vita con lei non era mai stata semplice, era un continuo salire e scendere da una giostra che, ad ogni giro, aumentava la propria velocità; lui, però, non se n’era mai lasciato scoraggiare e si era aggrappato tenacemente al loro amore, incurante di quanto i suoi stessi sentimenti lo ferissero come lame appuntite, lasciandolo in un limbo a metà tra la felicità e la disperazione.

Lui (porgendole una mano): Ora vuoi tornare a dormire?

Lei (afferrando la sua mano): Solo se mi prometti che mi stringerai come prima.

Lui: Promesso. (Pausa)
Non mi scapperai in questa vita.

Lei (inarcando un sopracciglio): Perchè? Cos’è successo nell’altra?

Lui: Non mi sono fatto avanti abbastanza in fretta e tu hai sposato un altro.

Lei (scettica): Non credo sia possibile.

Lui: Pensavo di non meritarti e tuo padre ti diede in moglie a un mercante di Firenze. (Pausa)

Ma ora non sono più così sciocco.

Lei: E io non conosco nessun mercante di Firenze.

Dialogo: Due voci.

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Esterno, sera. Non è ancora buio perchè le giornate hanno appena iniziato ad allungarsi. Nonostante ciò, non fa abbastanza caldo da convincere le persone a rimanere in giro dopo le otto. Un ragazzo siede su una panchina, un libro consumato come unica compagnia. Una ragazza si avvicina, il passo deciso di chi è sempre di fretta.

Lei: Hai da accendere?

Lui: Non fumo e non credo che una ragazza graziosa come lei dovrebbe farlo.

Lei (giocherellando con una sigaretta): Non sapevo esistessero ancora persone che utilizzassero il termine graziosa.

Lui: Forse non conosce le persone giuste.

Le labbra della ragazza si piegano in un sorriso sarcastico. Lui, invece, vede in quel sorriso uno sprone per continuare a parlare.

Lui: Non sopporto tutto ciò che non risponda ad un’estetica naturale, qualsiasi azione che non contenga una bellezza intrinseca, capace di far rifulgere le persone. (Pausa)

Se mai dovessi pensare a lei e immaginarla immersa nella sua vita quotidiana, se mai dovessi pensarla in relazione a me, a quello che io potrei aspettarmi da lei, non la immaginerei mai fumare. (Pausa. Sembra pensarci)

No, non le donerebbe.

Lei (inarcando un sopracciglio): Non mi donerebbe? (Pausa)

Potrei stupirla con un elenco sterminato di azioni che compio ogni giorno e che potrebbero non donarmi.

Lui (sorride con indulgenza): Credo che il fascino delle persone sia proprio questo. (Pausa)

Scavare fino a scoprire il punto di attrito tra la paura e lo stupore per ciò che si potrebbe scoprire. (Pausa)

Ma se non sei pronto a lasciare che altri scavino dentro di te, è inevitabile costruirsi addosso una corazza impenetrabile. (Pausa)

Forse per vedere chi avrà il coraggio di produrre le prime incrinature.

Lei: Io non sono qui per creare crepe.

Lui: Sono sicuro che non fosse tua intenzione, ma mi hai fatto sanguinare dal primo istante in cui ho posato gli occhi su di te.

Lei distoglie lo sguardo per la prima volta dall’inizio del dialogo. Si sente in imbarazzo. Le guance si imporporano con violenza e ciò la fa arrabbiare al punto da spingerla a stringere le mani a pugno lungo i fianchi.

Lei (con un tono tagliente): Temo di non apprezzare particolarmente i discorsi filosofici. (Pausa)

In fondo volevo solo un accendino e non una conferenza sul senso della vita.

Lei si fruga in tasca sperando di avere ancora uno dei tanti pacchetti di fiammiferi che le capita di rubare nei motel, ma, non trovando nulla, dà evidenti segni di impazienza e muove i piedi come se volesse scappare il più lontano possibile, ma non ne avesse la forza.

Lui: Strano come ogni cosa sembri inevitabilmente riportare al senso della vita stessa, anche se cerchiamo di scapparne il più possibile. (Pausa)

Forse è solo un modo per acquietare le paure su quello che ci aspetta.

Lui la guarda diventare sempre più irrequieta, muovere le mani a scatti come se stesse cercando di acchiappare una mosca fastidioso. Pensa che forse ha ragione lei; forse avrebbe semplicemente dovuto porgerle l’accendino che teneva sempre nella tasca interna della giacca, come ricordo di un viaggio ormai sbiadito nel tempo. Forse sarebbe bastato. Lei si passa una mano tra i capelli e sbuffa sonoramente, le palpebre pesanti dopo una giornata fin troppo lunga. Le sbatte un paio di volte cercando di metterlo ancora a fuoco, ma la sua immagine le ritorna sbiadita. Muove alcuni passi per uscire dal parco.

Lui: Non andare.

Lei (voltando il viso nuovamente verso di lui): Come?

Lui: Non andare via. (Pausa. Sospira)

Non ancora almeno.

Lei: Perchè? Neanche ci conosciamo.

Il volto di lui viene deformato dal dubbio: le labbra si piegano verso il basso, la fronte si aggrotta. Alla fine infila una mano nella giacca di pelle, fruga per alcuni secondi e le porge un accendino d’argento finemente intagliato. Lei lo afferra stupita e se lo rigira tra le mani con gli occhi leggermente sgranati. Si porta alla bocca la sigaretta che aveva tenuto in mano fino a quel momento, ma indugia un istante prima di accenderla.

Lei (la voce distorta dalla sigaretta): Perchè non me l’hai dato subito? (Pausa)

Ci saremmo evitati un sacco di parole.

Lui: Non ti piace parlare?

Lei: Non particolarmente, ma tu non hai risposto alla domanda.

Lui: Avevo paura che osservandoti farlo mi si sarebbe spezzato il cuore. (Pausa)

Ma forse è giusto che sia così.

Sentendo questa risposta, lei sbuffa talmente forte che per un pelo non le cade la sigaretta a terra. Riesce ad evitare la tragedia stringendola con le labbra e lui distoglie lo sguardo, con un leggero ansito. Fa scattare l’accendino con un rumore secco e lo accosta alla sigaretta che, nonostante la leggera brezza, non fa fatica ad accendersi. Lei si lascia scappare un gemito di piacere appena il fumo le invade i polmoni.

Lui: È proprio come immaginavo.

Lei (piegando la testa da un lato): Cioè?

Lui: Non sei più la donna che avrei voluto e questa consapevolezza è il dolore più grande che io abbia mai provato.

A quelle parole lei schiaccia la sigaretta sotto la suola della scarpa e sembra trattenere una smorfia di dolore, piegandosi leggermente in avanti come se qualcuno le avesse appena sferrato un pugno in pieno petto.

Lei: Non lo sono mai stata.

Il buio li ha ormai avvolti quasi completamente. Lei volta le spalle e lascia il parco. Lui, invece, rimane immobile, seduto sulla panchina, una mano inerme sulla coscia e l’altra che stringe in modo convulso il libro che non ha mai sfogliato.

Dialogo: Quando ormai è troppo tardi.

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Quando il telefono prese a squillare, Belinda era divisa tra lo stufato che ribolliva sul fuoco e il tramonto che stava dando il meglio di sé proprio davanti alla finestra della cucina, spandendo il suo rosso tra le nuvole e colorando il viso della ragazza di un rosa che rendeva la sua pelle di una sfumatura più sana del solito pallore che invece la caratterizzava. Aveva scelto quella casa solo per quella vista, pensando che, forse, dopo tutto quel dolore, si meritava un po’ di bellezza, un piccolo dono in un mondo che le aveva sbattuto la porta in faccia ogni volta che aveva provato ad entrarvi. Ci mise un paio di minuti prima di alzarsi dallo sgabello per raggiungere il telefono che aveva abbandonato sul ripiano più di un’ora fa. Sullo schermo non apparve nessun numero e Belinda fu tentata di non rispondere, paventando fosse qualche operatore pronto a snocciolarle nuove offerte per chissà quale compagnia telefonica, assicurativa o elettrica. Quella volta, però, la curiosità ebbe la meglio e rispose poco prima che l’interlocutore – ormai privo di speranza – decidesse di mettere giù.

Belinda: Pronto?

Lui: Temevo che non avresti risposto.

Sentire di nuovo quella voce fece vacillare Belinda, che si ritrovò quasi senza accorgersene, a scivolare lungo il ripiano della cucina, finendo seduta a terra. Il silenzio si protrasse talmente a lungo che arrivò a pensare di essersi immaginata quella voce e, con essa, parte della sua stessa vita.

Belinda: Ian?

Ian: Sì, sono io.

Il suo primo istinto fu quello di riattaccare e scagliare il telefono lontano da lei, urlare, strapparsi i capelli e piangere tutte le lacrime che non si era permessa di versare fino a quel momento. Ian dovette leggerle nel pensiero, perchè, quasi implorandola, le chiese di non riattaccare.

Belinda: Perchè non dovrei?

Ian tirò un sospiro di sollievo nel sentire la sua voce, ma il panico prese in fretta il sopravvento, mentre cercava di trovare una risposta che valesse la pena di essere ascoltata e che potesse trattenerla al telefono con lui. Lei doveva amarlo ancora. O almeno Ian lo sperava. Erano giorni che aspettava un segno che gli dicesse che c’era ancora una possibilità per loro; e proprio quella mattina alla radio era passata la loro canzone e lui per poco non aveva sbandato, guadagnandosi gli insulti e i colpi di clacson degli altri automobilisti. L’avevano ascoltata insieme la prima volta che lui le aveva dato un passaggio a casa e aveva osservato, con la coda dell’occhio, le sue iridi illuminarsi, le sue dita schioccare leggermente a tempo, la sua bocca muoversi silenziosa a mimarne il testo. Lui l’aveva incitata a cantarla e lei non si era fatta pregare, facendolo ridere fino alle lacrime, al punto che era stato costretto ad accostare perchè non fossero coinvolti in un incidente. Allora lei l’aveva baciato a lungo e gli aveva sussurrato all’orecchio un verso della canzone, la voce roca per l’eccitazione: Ain’t nobody hurt you like I hurt you, ain’t nobody love you like I do. Non si accorse di averla cantata egli stesso, finchè Belinda, all’altro capo del telefono, trattenne il respiro sentendo quelle parole. Quando la canzone era passata in radio quella mattina le era caduta la tazza dalle mani e lei era rimasta ad osservare inebetita il latte a terra per un paio di minuti, finchè non avevano deciso di cambiare canzone e Belinda si era accorta, barcollando, di essersi sporcata i pantaloni con i cereali; gli stessi pantaloni che a lui piacevano così tanto e che lei aveva rischiato più volte di buttare nel camino.

Ian avrebbe voluto dirle che aveva sbagliato, che non c’erano scuse per ciò che le aveva fatto, per tutto il male che le aveva causato, ma che il loro amore meritava una seconda possibilità, che c’erano ancora qualcosa per cui valeva la pena lottare, perchè c’era ancora un noi. Doveva esserci. Invece rimase in silenzio, non riuscì a dire nulla, strinse solo il telefono tra le mani ancora più forte, per paura che il sudore glielo facesse scivolare dalle mani. Belinda non voleva ascoltarlo, non poteva. Il dolore prese a pulsare sordo nel suo petto, mentre i singhiozzi rimanevano incastrati nella gola, impedendole di rispondere o di piangere. Doveva rimanere arrabbiata, doveva essere fredda, risoluta, inesorabile come un generale sul campo di battaglia. Doveva riattaccare e dimenticarlo. O, invece, avrebbe dovuto urlargli che non si ricordava di essere stata felice prima di incontrarlo, che lui era stato il suo anno zero, il suo spartiacque, l’uomo che gli aveva fatto credere al per sempre, l’unico e l’ultimo perchè qualcosa si era spezzato in lei, qualcosa che neanche sapeva di avere e non si sarebbe più potuto aggiustare, non avrebbe più funzionato. Invece rimase in silenzio, non riuscì a dire nulla, strinse solo il telefono tra le mani ancora più forte, per paura che il sudore glielo facesse scivolare dalle mani.

Ian: Sei felice?

Belinda: Non lo so.

Quando riattaccò si accorse che lo stufato si era irrimediabilmente bruciato.

Dialogo: Al museo.

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Lui: Le piace?

La giovane non si girò al suono di quella voce profonda, ma rimase intenta ad analizzare le pennellate colorate che tagliavano la tela in tutte le direzioni. L’uomo le si avvicinò fino ad accostarlesi ed aspettò che gli rispondesse con un leggero fremito di impazienza. Dopo alcuni secondo di silenzio finalmente quelle labbra si schiusero, ma i suoi occhi ancora non si posarono su di lui.

Lei: Sì, molto. (Pausa.)

Stavo cercando un modo per potergli fare una foto senza che le guardie mi rimproverassero.

Lui (ridendo): Non sono guardie.

Lei: Su qualcuna di loro ho dei dubbi. (Pausa)

Non ho mai capito perchè non si possano fare foto ai quadri.

Lui: Hanno paura che chi fa le foto poi torni a rubare i quadri.

Lei (voltandosi verso di lui): La mia faccia sembra quella di una ladra?

Quando finalmente i suoi occhi si posarono su di lui, l’uomo rimase interdetto. Erano grandi ed espressivi, nonostante fossero di un banalissimo color marrone e sembravano così fuori luogo in un volto spigoloso e allungato, quasi fin troppo magro.

Lui: Non credo, ma non sono mai stato bravo a capire le persone.

Lei: Croce sul cuore che non lo sono.

L’uomo cercò di trattenere una risata a quella frase che gli ricordava i tempi delle elementari e atteggiò il volto ad un’espressione mortalmente seria, come se, in quel momento, si stessero decidendo le sorti del mondo intero. Un guizzo malizioso colorò i suoi occhi – con la stessa velocità con cui un delfino esce e si rituffa in acqua creando un arco di schiuma nel cielo –, rendendo quel marrone – che lui aveva pensato banale – molto più caldo e vivo.

Lui: Allora sono costretto a crederle.

Lei abbozzò una piccola risata e tornò a guardare il quadro, come se lui fosse stato semplicemente una parentesi divertente. Osservava quel quadro da più di cinque minuti – o almeno erano cinque minuti che lui la spiava cercando il coraggio di attaccare bottone – e sembrava riuscire a vedere qualcosa di nuovo in quelle pennellate sempre identiche ad ogni battito di ciglia.

Lui: Posso chiederle cosa le piace del dipinto?

Lei: Certo che può chiedermelo, ma non saprei cosa risponderle.

Lui (stupito): In che senso?

Lei: Mi piace, ma non so per quale motivo. (Pausa)

Potrebbe essere qualcosa di simile ad un colpo di fulmine.

Lui: Un colpo di fulmine?

Lei: Sì. Non l’ha mai provato?

Lui: No, temo di no.

Lei: È un peccato. (Pausa)

È qualcosa che va provato almeno una volta nella vita.

Lui: Lei l’ha provato dunque.

Lei: Sì, molto tempo fa.

Lui: E lui ricambiava?

Lei (annuisce distrattamente): Era l’amore della mia vita.

Lui: Era?

Lei sembrò trattenere per un attimo il fiato, come se fosse stata colpita da una stilettata invisibile tra le costole o si fosse resa conto solo in quel momento di aver detto più di quello che normalmente si direbbe ad un estraneo.

Lei: Non stiamo più insieme.

Lui: Mi dispiace.

Lei: Non si preoccupi.

Lui: Non volevo rattristarla.

La ragazza sbatté un paio di volte le palpebre come se stesse lottando contro le lacrime che stavano per scenderle sulle guance e riprese a sorridergli come se non fosse successo nulla.

Lei (sorride): Non mi fa più male. (Pausa)

È passato tanto tempo.

A smentire le sue parole si intromise la sua voce, che si incrinò leggermente sul finale, come se fosse un segnale dell’inconscio pronto ad emergere per urlare la verità ai quattro venti. Lui ebbe l’accortezza di non commentare ulteriormente e lei si schiarì piano la voce, dando la colpa all’aria condizionata.

Lei: Parlavamo del quadro.

Lui: Sì, il quadro. (Pausa)

A me non sembra nulla di che.

Lei: Forse perchè non ha guardato bene.

Lui: O forse perchè i suoi occhi vedono più di quello che io potrei mai vedere.

Lei (ridendo): Mi pare strano dato che l’ha dipinto lei.

Lui rimase talmente scioccato da quella dichiarazione che non seppe come replicare e i suoi occhi sgranati le fecero scappare una risata a cuore aperto, che rischiarò i suoi lineamenti fino ad illuminarli. Dopo un piccolo cenno del capo, la ragazza si allontanò senza aggiungere altro e lui la guardò andare via muovendosi come un piccolo folletto curioso tra una tela e l’altra.

Dialogo: In carrozza.

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Lei: Posso essere sincera?

A quella domanda, lui sorrise apertamente, osservando come la luce rossastra del tramonto giocasse con i suoi capelli sciolti, e lei si perse a ricordare come quelle labbra l’avessero fatta urlare solo poche ore prima, dimenticando ciò che stava per dire.

Lui: Certo che puoi. (Pausa)

Non hai fatto altro fino ad ora.

La voce di lui la riscosse da quelle fantasie ad occhi aperti e lei deglutì rumorosamente, a causa della gola improvvisamente troppo secca.

Lei: Un po’ mi dispiace che non saremo mai nulla l’uno per l’altra. (Pausa)

Saremmo stati carini insieme.

Lui: Il tuo treno è arrivato.

Il suo sorriso si era leggermente appannato, ma ancora aleggiava sulle labbra, che ora si erano impercettibilmente piegate verso il basso, come se fossero state improvvisamente gravate da un peso. Lei guardò verso il binario, sospirò piano e, con un ultimo guizzo di vitalità, si alzò dalla panchina.

Lei: Sì, è proprio il mio.

Lui: Ti accompagno.

Si incamminarono in silenzio, vicini, ma senza sfiorarsi, come se un improvviso pudore potesse cancellare le ore passate a scoprirsi, annusarsi, scoparsi. Lei frugò in borsa alla ricerca del biglietto, individuò la carrozza giusta e vi si appressò col suo passo deciso e svelto, come se non avesse mai tempo da perdere, anche quando, l’unica cosa che avrebbe voluto, sarebbe stata fermare quel tempo, cristallizzarlo in quell’attimo, come se fossero i protagonisti di un film in bianco e nero, dove tutto sembra decisamente più lento, meno fuggevole.

Lei: Io salgo qui. (Pausa)

Grazie di tutto.

Lui scosse il capo e le passò una mano tra i capelli, tirandoli leggermente. Le pupille della giovane si dilatarono in risposta e il respiro si fece più rapido. Non si conoscevano eppure sapevano.

Lui: Grazie a te.

Fu difficile salire le scalette e sedersi al proprio posto come se non fosse successo nulla, come se lì non avesse lasciato qualcosa che non avrebbe più potuto riprendere. Inforcò gli occhiali da sole perchè nessuno notasse qualche stupida lacrima che si era affacciata tra le ciglia e aprì il libro, fingendo di interessarsi alla battaglia di Waterloo in corso. Mentre il treno si metteva rumorosamente in moto, perse la battaglia con sé stessa e alzò lo sguardo, per vedere se lui fosse ancora lì a guardarla e, con una fitta al petto che la lasciò senza fiato per alcuni secondi, incrociò il suo sguardo deciso, che sembrava poter vedere tutto quello che lei cercava di nascondergli. Vide le sue labbra muoversi, ma non seppe mai che cosa lui disse al treno che si allontanava rapido verso un’altra vita.

Dialoghi spontanei.

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Lui: E se poi ci facessimo del male?
Lei: E perchè non dovremmo?
Lui: Quindi non hai paura?
Lei: Io non ho paura di te.
Lui: E di cosa allora?
Lei: Di quello che ti porterai via quando te ne andrai.
Lui: Questa volta potrebbe essere per sempre.
Lei: Solo le illusioni sono per sempre.
Lui: Allora perchè siamo qui? Cosa stiamo facendo?
Lei: Ci stiamo provando. Non ti piace?
Lui: Non ne sono così sicuro. (Pausa)
Io pensavo che…
Lei: Pensavi che io volessi il per sempre?
Lui (borbottando): Qualcosa del genere credo.
Lei: Ma io non potrei mai chiederti qualcosa che non puoi darmi.
Lui: E come fai a sapere che non posso dartelo?
Lei (sorridendo): Farò finta di non notare il doppio senso.
Lui (spazientendosi): Non mi hai risposto.
Lei: Non puoi darmi ciò che non esiste. (Pausa)
Neanche io potrei. (Pausa)
Almeno in questo siamo alla pari.
Lui: Ma… (Pausa)
Davvero non capisco.
Lei: Siamo esseri umani. Cambieremo, ci deterioreremo, moriremo. (Pausa)
Nessuno di noi può seriamente pensare all’eternità e crederci.
Lui: Chi crede in Dio lo fa.
Lei (agitando le mani davanti al viso con impazienza): Sto parlando della realtà, non di una favola per bambini.
Lui: Allora perchè siamo qui?
Lei: Te l’ho detto. (Pausa)
Stiamo provando a capire.
Lui: Capire che cosa?
Lei: Cosa possiamo darci. Cosa possiamo toglierci. Quanto male possiamo farci, quanti orgasmi possiamo ricavarne.
Lui: Siamo solo questo?
Lei: Credi davvero che potremmo essere più di questo?
Lui: Ora non so più nulla.
Lei (sorridendo): È un buon inizio.