Tentativi d’amore.

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Ingoio la tua speranza.

Pizzica.

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Una lettera al giorno: #2.

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04 – 01 – 2018

Cara Eco,

Non mi stupisce che, in questa pantomima, tu mi abbia affibbiato l’identità di Narciso. Non la rigetto e non la disdegno, anche se non ho trovato nessuno specchio d’acqua nel quale innamorarmi della mia immagine.

Ricordo bene come ti sei allontanata quel pomeriggio. Il sole stava declinando dolcemente oltre l’orizzonte e i suoi riflessi rosati accentuavano ancor di più il rosso ramato dei tuoi capelli che parevano luccicare come oro fuso, sciolti e ribelli come al solito. Le mie mani ancora fremevano per aver stretto i tuoi fianchi, il mio cazzo ancora pulsava e spasimava per la tua carne calda e bagnata. Mentre guardavo i tuoi fianchi ondeggiare e tu stavi per sparire dietro l’angolo, ti sei voltata: i tuoi occhi erano così grandi e malinconici che, per un attimo, ho avuto la folle tentazione di attraversare la strada, stringerti tra le braccia, rassicurarti e giurarti che ti avrei portato via, lontano, solo tu ed io. Ma mi sono frenato, ho spinto ancora più a fondo i piedi nelle scarpe, come se, così facendo, li potessi far affondare nel terreno, come radici inamovibili. Tra noi c’è sempre stata verità e rispetto e io non ti ho mai promesso più di quello che ti avrei mai potuto dare. Ti ho salutato con la mano e tu hai abbozzato un sorriso che, però, non è riuscito a raggiungere i tuoi occhi, naufraghi in un mare di malinconia.

Quando sei sparita non te ne ho fatto una colpa. Ho cercato di soffrire in silenzio e di non cercarti, perché sapevo che, se l’avessi fatto, o saresti tornata da me o mi avresti insultato, gridandomi tutto quello che – in effetti – avrei potuto anche meritarmi. Entrambe le opzioni, però, ci avrebbero solo ferito e avrebbero tinto i nostri piu bei ricordi di una tinta fosca e asfissiante. Non era il momento giusto per noi e – almeno in questa vita – non credo che arriverà mai qualcosa di simile. La prima volta che ci siamo incrociati ci siamo riconosciuti al primo sguardo, un po’ come se fossimo stati spinti l’una verso l’altro da una forza sovrannaturale: le nostre anime hanno avuto la forza di riconoscersi, superando qualsiasi sovrastruttura impostaci dalla società. Ci siamo visti nudi e veri, ma tu non hai mai avuto paura di tutto questo: non sono mai riuscito a esprimere a parole quanto ammirassi il tuo coraggio, la tua testardaggine e la tua inesauribile forza, quanto tutte queste tue qualità mi abbiano sempre attirato verso di te con la stessa forza con cui il ferro è attratto dal magnete.

Quasi vorrei che non mi avessi scritto; quasi vorrei non averti risposto, non aver alimentato una fiamma che andrebbe solo spenta per sempre. Non potrei sopportare di vederti soffrire di nuovo per me, di sentire i tuoi occhi malinconici e tristi su di me, pronti a scavarmi la pelle e a lasciarmi solchi che non potrei più colmare.

Per te,

Narciso.

Una lettera al giorno: #1.

2

03 dicembre 2017

Caro Narciso,

Sono ormai passati due mesi dall’ultima volta che ci siamo visti. Ti chiederai perché ti scrivo, dato che sono stata io a voler troncare il nostro rapporto. Ho cercato di scavare dentro di me, di capire cosa mi spingesse di nuovo verso di te, ma non sono riuscita a darmi una risposta. Nessuna che avesse un senso; nessuna che nè tu nè io avremmo potuto accettare.  Non sono mai riuscita a nasconderti nulla: mi guardavi negli occhi e sembrava che sapessi già tutto, ancor prima che le parole riuscissero a trovare vita sulla mia lingua. Sembrava sempre tutto così dannatamente semplice con te: tutto era possibile, a portata di mano. Ogni cosa che facevamo aveva il sapore dolciastro della felicità.

Ricordo fin troppo bene quell’ultimo giorno: eri in piedi, appoggiato alla macchina e sorridevi. Io ti sono corsa incontro e ci siamo abbracciati talmente stretti che pensavo che i nostri corpi avrebbero trovato la forza per fondersi in un unico fiato, come se improvvisamente fossimo diventati l’incarnazione di una delle metamorfosi raccontate da Ovidio. L’ho sperato.

Abbiamo girato in macchina per un tempo che mi parve infinito. Non avevamo bisogno di parlare: ci bastava il vento tra i capelli, la radio in sottofondo, le nostre mani che si cercavano. Poi ti sei fermato, hai accostato. Non c’è stato il tempo di pensare: in un secondo non avevo più le mutandine e tu eri dentro di me. Faceva bene e male allo stesso tempo, ho sentito il tuo sperma caldo colare lungo le mie cosce, ho sperato potesse marchiarmi per sempre, per poter dire al mondo che ero tua, anche se solo nei ritagli di tempo, di nascosto.

Entrambi abbiamo sentito che era l’ultima volta, che doveva essere così. Eppure facevamo fatica a staccarci, ad andarcene. Sono stata io a dirti che si stava facendo tardi e che sarei dovuta tornare a casa, quando in realtà avrei solo voluto dirti: ti amo, non farmi andare via. Ma cosa avrebbe voluto dire in quel momento? Nulla. E anche oggi, in questo preciso momento, non vuol dire nulla in realtà. L’ho pensato talmente tante volte che ha perso valore, significato, consistenza.

Oggi ho ascoltato Scirocco e ti ho pensato.

Per te,

Eco.

Dialogo: Resistenza.

2

Lui: Buonasera.

Lei è talmente immersa nella lettura che inizialmente non sente l’uomo che la saluta.

Lui: Signorina? Mi ha sentito?

Lei (alzando lo sguardo smarrito dal libro): Come scusi?

Lui: Le ho detto “buonasera”.

Lei: Buonasera.

La ragazza riprende a leggere il libro come se nulla fosse successo. Le sue dita corrono ad intrecciarsi i capelli, in un continuo torcere e storcere ipnotico.

Lui: Cosa ci fa qui?

Lei (inarcando le sopracciglia e indicando il libro): Sto leggendo, non vede?

Lui: Lo sa che non può stare qui?

Lei: Perchè?

Lui: Non li ha visti i cartelli?

Lei (spazia con lo sguardo tutto intorno): Quali cartelli?

Lui (scuote le spalle con noncuranza): Devono averli tolti. (Pausa)

Sta di fatto che lei non può stare qui, perciò la prego di alzarsi ed andarsene.

Lei (sbuffando): Io non vado da nessuna parte.

Lei riprende a leggere ignorandolo completamente e cambiando continuamente posizione, mentre lui si guarda intorno in cerca di rinforzi.

Lui: Credo che lei non abbia la minima idea della situazione in cui si sta mettendo. (Pausa)

Non legge i giornali?

Lei: I giornali?

Lui: Sì, quei grandi fogli di carta pieni di inchiostro che vendono nelle edicole.

Lei (ridendo): Certo che so cosa sono i giornali. (Pausa)

Ma perchè dovrei leggerli quando ho tra le mani l’ultimo libro di Sepùlveda?

Lui: Perchè almeno saprebbe che proprio oggi questa zona è stata interdetta ai civili.

Lei: E perchè?

Lui: Ma vive forse in un altro mondo?

Lei (sorridendo maliziosamente): Potrei venire dalla Luna, non crede?

Lui scuote la testa spazientito, ma sospira di sollievo quando vede avvicinarsi il suo collega che, preoccupato per non averlo visto ritornare, ha iniziato a cercarlo.

Collega: Ma cosa sta succedendo qui? Perchè ci stai mettendo così tanto?

Lui (indicando con rabbia la ragazza): Questa sciocca ha deciso che non si muoverà da qui.

Lei: Vedo che finalmente l’ha capito.

Collega: Signorina o si alza da sola o ci penseremo noi.

Lei (mettendo il broncio): Sto tremando di paura.

Il collega si china su di lei come a volerle incutere un timore reale, ma lei ricambia il suo sguardo senza battere ciglio.

Collega: Lo sa che questo può essere considerato oltraggio a pubblico ufficiale e che, per questo, rischia la galera?

Lei: In galera c’è abbastanza silenzio da permettermi di leggere in pace?

Lui: Non credo che le piacerà ancora fare la spiritosa quando la porteremo via di peso.

Lei muove la mano come se fosse il becco di un’oca e mima con la bocca bla, bla, bla, roteando gli occhi divertita.

Lei: Ho sempre preferito le promesse alle minacce agente.

Lui la guarda in cagnesco, indeciso su come agire. Usare la violenza avrebbe attirato l’ira della folla, che avrebbe potuto aggredirli e linciarli. Mentre lui stava lì a riflettere su come comportarsi, muovendosi da un piede all’altro e gettando occhiate minacciose alla giovane, il suo collega se la caricò di peso sulla spalla, strappandole un gridolino a metà tra il divertito e lo spaventato.

Lei (lanciandogli un bacio): Mi sono sempre piaciuti gli uomini che prendono l’iniziativa.

Dialogo: Forse in un’altra vita.

0

Odiava svegliarsi nel bel mezzo della notte, allungare la mano cercando le sue cosce piene per poterla stringere a sé e non trovarla nel letto. Aveva bisogno di nascondere il naso nella piega morbida del suo collo alla ricerca del profumo della sua pelle per poter tornare a dormire, ma l’unica cosa che trovò fu un’eco indistinta di quell’aroma naturale che impregnava il suo cuscino. In quell’ultimo periodo gli succedeva fin troppo spesso di risvegliarsi e trovarsi da solo in quel letto fin troppo grande. Sembrava che non riuscisse ad avere un sonno tranquillo, ma lui non ne capiva il motivo. Se non si alzava in piena notte, la sentiva rivoltarsi nel letto, girandosi da una parte all’altra, sbuffando spazientita e sospirando malinconica. Pareva quasi che qualcosa la stesse consumando, divorandola dall’interno un pezzo alla volta. Calciò via le coperte e si tirò su con un balzo. La trovò appollaiata in balcone, le gambe che penzolavano inerti dalla ringhiera. La luce di un lampione regalava un alone verdastro ai suoi capelli, trasformandola quasi in un fantasma.

Lui: Ma lo sai che ore sono?

Lei (guardando l’orologio): Le quattro meno qualche minuto credo. (Pausa)

Ho dimenticato gli occhiali sul comodino.

Lui: E cosa ci fai qui?

Mosse le spalle, come a voler dire che neanche lei sapeva perchè fosse lì, perchè non riuscisse a dormire, cosa la divorasse dall’interno come un tarlo affamato, pronto a distruggerla senza lasciare di lei neanche una traccia.

Lui: Hai fatto un brutto sogno?

Lei: No. (Pausa)

Ormai non ne faccio più da tempo.

Lui: Ti ho sentita muoverti parecchio prima che mi addormentassi.

Lei: Mi muovevo perchè tu cercavi di stringermi come se volessi strangolarmi.

Lui: (leggermente imbarazzato): È per questo che ti sei alzata?

Lei: No. (Pausa. Accenna un sorriso)

Avrebbe dovuto darmi fastidio, ma in realtà era quasi piacevole.

(Silenzio. Lui si siede vicino a lei. Rimangono al buio)

Lei: È che…

Lui: Cosa?

Lei: Per una volta evitiamo di parlare, va bene?

Lui: Credi che io parli troppo?

Lei: Credo sia più una compensazione del silenzio che mi lascio dietro.

Lui: Ad alcuni i silenzi fanno paura.

Lei: Sarà un problema di horror vacui.

Lui (accennando un sorriso): Mi piaci quando parli in latino.

Lei: Quando mi hai mai sentito parlare latino? (Pausa)

Non l’ho mai studiato.

Lui: Deve essere stata un’altra vita.

Lei: O un’altra donna.

Lui (scuotendo il capo con decisione): Sono assolutamente sicuro che fossi tu. (Pausa)

Semplicemente non era qui, non era in questo secolo e tu indossavi uno di quei lunghi e vaporosi vestiti fatti di velluto. (Pausa)

Ti piaceva sussurrarmi versi di Catullo.

Lei lo guardò come se fosse completamente impazzito, ma lui non ci fece caso – o il buio glielo nascose – e si chinò su di lei, a tal punto vicino alle sue labbra che i respiri iniziarono a mescolarsi, uno che sapeva di menta e l’altro di fragola.

Lui: Odi et amo. Quare id faciam, fortasse reaviris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Lei (sbattendo le palpebre): Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai. (Pausa. Si porta una mano al petto e stringe la maglietta tra le dita. La voce si incrina)

Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

Lui (guardandola intensamente attraverso il buio): Come fai a saperlo se non hai mai studiato latino?

(Silenzio)

Lei: Immagino che quindi fossimo destinati sin dal primo sguardo.

Lui: Credo che le nostre anime si siano cercate anche in questa vita e che non abbiano fatto altro che bruciare per spingerci uno tra le braccia dell’altra.

Lei scuoteva piano la testa come un cavallo che cercasse di allontanare una mosca fastidiosa e lui avvertì nell’aria l’odore fresco e profumato del suo shampoo. L’istinto l’avrebbe spinto ad affondare il viso tra le sue ciocche sciolte, ma intuiva che in quel momento lei l’avrebbe respinto.

Lei: Ma tu credi davvero a queste cose?

Lui: Prima di conoscerti non credevo neanche a Dio.

Lei: E adesso?

Lui: Solo Dio avrebbe potuto concepire un essere perfetto come te.

Lei rise profondamente, al punto che lui sentì la ringhiera tremare sotto il suo corpo. Sembrava meno nervosa di prima, ma lui sapeva che era solo una piccola tregua: la vita con lei non era mai stata semplice, era un continuo salire e scendere da una giostra che, ad ogni giro, aumentava la propria velocità; lui, però, non se n’era mai lasciato scoraggiare e si era aggrappato tenacemente al loro amore, incurante di quanto i suoi stessi sentimenti lo ferissero come lame appuntite, lasciandolo in un limbo a metà tra la felicità e la disperazione.

Lui (porgendole una mano): Ora vuoi tornare a dormire?

Lei (afferrando la sua mano): Solo se mi prometti che mi stringerai come prima.

Lui: Promesso. (Pausa)
Non mi scapperai in questa vita.

Lei (inarcando un sopracciglio): Perchè? Cos’è successo nell’altra?

Lui: Non mi sono fatto avanti abbastanza in fretta e tu hai sposato un altro.

Lei (scettica): Non credo sia possibile.

Lui: Pensavo di non meritarti e tuo padre ti diede in moglie a un mercante di Firenze. (Pausa)

Ma ora non sono più così sciocco.

Lei: E io non conosco nessun mercante di Firenze.