Salvezza all’aroma di cipolla.

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Annego.

Ed è un bicchiere d’acqua.

 

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Spettri.

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Tornano.

Prima ancora dei loro passi,

senti – inconfondibile

l’eco sordo e imperscrutabile della loro disperazione.

Un ritratto.

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Ci siamo trovati all’ufficio oggetti smarriti

e ci siamo reclamati.

Abituati alla polvere di scaffali dimenticati,

ci parve troppa la luce dei nostri sguardi.

Quante volte tentammo di scappare:

tu da me,

io da te,

entrambi da ciò che provavamo.

(Come se la ribellione non fosse – semplicemente – un’altra forma di amore)

Eppure eravamo

l’uno per l’altra

quella Roma che ogni strada

agogna raggiungere.

Troviamoci alla fine del mondo,

ad una mostra di fotografie,

in un prato affollato,

tra una briosche e una porzione di patatine fritte.

 

Poesia #1

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Ho paura di me stessa,

di ciò che cerco di nascondere agli altri

e che è radicato nel mio stomaco,

incatenato tra le mie viscere,

che ulula,

geme,

si dibatte,

mi trafigge con una lama di fuoco che mi squassa la psiche,

disintegra la mia anima in atomi inconsistenti,

corrompe la maschera che indosso e che mi permette di soffocare piano,

un lento stillicidio senza forma,

una goccia di veleno alla volta.

Vorrei poter rinnegare il mio stesso corpo,

i miei stessi bisogni,

cancellare i miei desideri,

distruggere quella parte di me che vorrebbe solo essere usata,

bistrattata,

{una mano grande sulla gola a lasciarmi senza fiato,

l’altra a frugare tra le mie cosce come se non fossi altro che quello},

che vorrebbe essere solo un grumo di desiderio senza sentimenti,

un orgasmo,

una clitoride,

una lingua intransigente,

la curva di un seno,

un morso su una pelle immacolata.

Non voglio essere ciò che sono,

voglio nascondermi nel buio senza dover accettare la luce,

un essere amorale,

ingenuo,

alla ricerca continua di un piacere senza maschere,

senza paura.

E invece sono qui,

a ingollare il calice amaro della bile,

della buona creanza,

dell’immagine della brava figlia e della brava ragazza.

Solo nei sogni annego nei vizi.

“Ti sei tolta le scarpe e ti sei messa a ballare.”

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Levy: Cosa ci fai qui?

Sentire la sua voce le strappò un sorriso piccolo e segreto. Sapeva che quel momento sarebbe arrivato sin da quando, quella stessa mattina, il treno l’aveva lasciata a W. Con la stazione alle spalle, aveva iniziato a camminare finchè non aveva raggiunto la spiaggia. Solo a quel punto aveva iniziato a correre, il viso sferzato dal vento, e a ridere, ridere talmente forte che grosse e calde lacrime avevano iniziato a rigarle le guance. Quando era riuscita a calmarsi si era tolta le scarpe e le calze, aveva sciolto i capelli al vento e aveva aspettato.

Daisy: Mi mancava il mare.

Lui non riuscì ad avvicinarsi a Daisy. Nonostante ogni cellula del suo corpo si sentisse profondamente legata alla donna seduta proprio davanti a lui, Levy si mantenne a qualche passo di distanza, le scarpe che scavavano nervosamente nella sabbia con movimenti circolari. I suoi occhi, come ipnotizzati, si appuntarono sulla curva dolce della sua schiena sottolineata dal vestito leggero. Daisy aveva sempre avuto la capacità innata di sembrare sempre particolarmente aggraziata, quasi come se non appartenesse alla Terra, ma ad una dimensione ultraterrena fatta di fate, elfi e folletti.

Levy: E ora che l’hai visto?

Lui poté quasi vedere il sorriso che, aprendosi sul suo volto, metteva ancor più in risalto gli zigomi.

Daisy: È ancor più bello di come lo ricordavo.

Con un piccolo brivido lungo la schiena Levy si accorse che il vento – che aveva preso a spirare più forte da quando era arrivato alla spiaggia – portava con sé, mischiato all’odore intenso del mare, anche il profumo dolce della sua pelle; lo stesso profumo che aveva il potere di farlo sentire debole ed indifeso, disposto a tutto pur di continuare ad inalarlo. Per scacciare quel desiderio strinse i pugni lungo i fianchi e parlò con un tono brusco e indifferente.

Levy: Quanto ti tratterrai?

Daisy: Riparto stasera.

Quella risposta lasciò Levy interdetto e senza parole. Era pronto a protestare, a dirle che non l’avrebbe ospitata, che doveva smetterla di presentarsi lì senza preavviso, come se lui la stesse aspettando, come se lui la volesse. Di fronte a quel silenzio, Daisy rise forte. Lui borbottò qualcosa di poco comprensibile e le chiese perchè stesse ridendo.

Daisy: Un po’ mi dispiace non averti dato la possibilità di lamentarti. Quasi posso sentire tutte le parole che ti si affollano nella mente e che questa volta non avrai modo di dire. (Pausa. Si scosta i capelli dal viso)

Fanno un rumore infernale.

Gli occhi di Daisy osservarono il tramonto in silenzio. L’aria si era fatta più fredda e tagliente e piccoli brividi di freddo avevano iniziato a percorrerle le braccia e le gambe nude. Solo in quel momento si chiese perchè avesse fatto tutta quella strada, perchè fosse arrivata fino a lì, perchè era stata certa – sin dal primo momento – che lui avrebbe capito e sarebbe venuto a cercarla. Quella mattina non avrebbe saputo dare una risposta a tutte quelle domande. Ora, invece, mentre la luce del sole andava affievolendosi e Daisy si rimetteva le scarpe con una lentezza che suscitò tutta l’esasperazione di Levy, le risposte si dispiegarono davanti ai suoi occhi come pezzi di un puzzle pronti a trovare il loro posto. Il dolore della consapevolezza le spalancò una voragine nel petto; voragine che avrebbe potuto trascinarla sul fondo se Daisy non si fosse aggrappata con tutte le sue forze alla propria giacca di pelle, che stringeva tra le mani con la stessa violenza ed energia con cui un naufrago avrebbe stretto l’unico salvagente rimasto. Levy – a tal punto perso nei suoi pensieri e nelle sue recriminazioni andate a vuoto – non si accorse del tormento che aveva stretto Daisy nella sua morsa mortifera, non prestò attenzione alla piega agrodolce che aveva mosso le sue labbra morbide o alla luce dolorosa, ma forte che illuminava i suoi occhi verdi e profondi. Quando la vide muovere alcuni passi in direzione del piccolo tratto lastricato che l’avrebbe portata in centro, Levy le strinse il braccio fermandola. Il giovane si rendeva conto che stava stringendo troppo, che forse le avrebbe lasciato un livido, ma non riusciva a fermarsi, non riusciva a lasciarla andare, a staccare le dita da lei. Daisy non disse nulla: prima guardò attentamente la mano che la stava ostacolando, poi i suoi occhi si alzarono fino ad incontrare quelli di Levy. Quest’ultimo – sotto quello sguardo penetrante – si sentì completamente inerme e non riuscì a pronunciare tutte quelle parole che gli si erano affollate sulla punta della lingua. Si rese conto che la donna che aveva di fronte non era la stessa che, solo fino a pochi minuti prima, era seduta sulla sabbia a contemplare il mare, ma non riuscì a capire il cambiamento che era avvenuto finchè la voce roca e melodiosa di Daisy non gli sbattè in faccia la verità.

Daisy: Sono venuta sin qui per andarmene.

La sua determinazione sembrò sgretolare la forza della mano di Levy, che scivolò piano lungo il braccio di Daisy., come a voler prolungare il contatto finchè fosse stato possibile. Solo in quel momento Levy si rese conto che l’unica cosa che poteva fare era osservarla andarsene.