Di tutto un po'.

La vera natura della segretaria (pt 4).

C’erano sere in cui miss V. avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non tornare subito a casa. Erano sere in cui le sembrava che niente potesse andare bene, sere in cui la malinconia apriva le sue enormi fauci e la inghiottiva intera, senza neanche masticarla. Non c’era tempo per pensare quando quella sensazione si impossessava di lei. Miss V. poteva scegliere se subirla o affrontarla. Di fronte a quelle due opzioni, la ragazza preferiva sempre seguirne una terza: la ignorava finché non era la malinconia a stancarsi di lei e ad andarsene. Decideva di non agire, ma anche in quell’inattività non cedeva di un centimetro di fronte ad una stronza che voleva fotterla senza neanche chiederle il permesso.

Quelle sere, dunque, quando iniziava a sentire la malinconia che la corteggiava con i suoi occhi
scuri e le sue labbra morbide, usciva dall’ufficio molto lentamente, si inventava mansioni che nessuno le aveva chiesto di svolgere, ed era a tal punto produttiva e diligente da suscitare lo stupore e le domande dei colleghi, i quali, però, erano troppo intimoriti dal suo volto corrucciato e dal suo sguardo assente per rivolgerle la parola.
Quando iniziava a vedere che le luci degli uffici si spegnevano una ad una, quando anche il signor C. raccoglieva la sua valigetta per tornare a casa, V. capiva che non poteva più indugiare, che era giunto anche per lei il momento di levare le tende. Allora raccoglieva libri, fogli, bottiglie d’acqua, infilava tutto in maniera confusa nello zaino ed usciva sperando di non aver dimenticato nulla.

Quelle sere in cui respirare diveniva impossibile, V. superava la fermata della metropolitana senza neanche guardarla e tornava a casa a piedi. Il petto le si serrava in una morsa, mentre la gola si stringeva e le lacrime le inondavano gli occhi. Nonostante il buio che cominciava a scendere, V. indossò un paio di occhiali da sole e continuò a camminare. Piuttosto che piangere in mezzo alla strada si sarebbe fatta tagliare una mano, perciò strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nei palmi e cercò di riprendere il controllo delle proprie emozioni, di ignorare il buco nero che continuava a spalancarsi sotto i suoi piedi. Per distrarsi iniziava a contare i passi che la separavano dalla soglia di casa, a borbottare qualche canzone di cui ricordava le parole.

Camminava e guardava in basso ed era talmente concentrata su sé stessa da dimenticarsi chi fosse e dove stesse andando. Fortunatamente le sue gambe si muovevano da sole, ricordavano perfettamente quale fosse la strada di casa e stavano facendo di tutto pur di arrivarci. Ad un certo punto, però, il riflesso di un’insegna luminosa attirò lo sguardo di V., che alzò il viso dal marciapiede per la prima volta dopo venti minuti. Si trovava di fronte ad un locale vecchio stile, uno di quelli che a prima vista le ricordavano uno di quei saloon del vecchio west, ma che poi servivano cocktail con gli ombrellini. V. non voleva davvero tornare a casa, non ancora e non in quel momento, e in un lampo decise di attraversare la strada ed entrare nel locale, sperando di poter bere una birra almeno decente.

Quando la porta si spalancò su quell’ambiente caldo e dalle luci violette, V. non si sarebbe mai aspettata di sentire la voce di Eric Clapton accoglierla:

What will you do when you get lonely?
No one waiting by your side
You’ve been running, hiding much too long
You know it’s just your foolish pride

V. borbottò un’imprecazione contro il jukebox nell’angolo e contro le canzoni che sanno ciò che provi e si sedette al bancone, ordinando una birra chiara. Si tolse gli occhiali da sole e si passò una mano tra i capelli. Se avesse semplicemente seguito l’istinto avrebbe appoggiato la fronte sul bancone per non rialzarla mai più; invece V. sedeva rigida sullo sgabello, temendo che – se avesse rilassato le spalle e la schiena – avrebbe perso definitivamente il controllo.

Quando arrivò il suo boccale, V. si aggrappò al vetro freddo come se fosse stato la sua unica salvezza, l’unica àncora che le impedisse di affondare. Per un istante si chiese cosa volesse dire essere un’àncora, essere colei che cadeva perché altri rimanessero a galla. Non riusciva ad immaginare cosa si potesse provare, perché lei non aveva mai salvato qualcun altro dall’annegare, perché era sempre stata troppo impegnata a non perdere sé stessa, a non dimenticare la strada, a continuare a camminare per non smarrirsi. E si rese conto che, proprio perché non era mai stata in grado di essere importante per qualcun altro, quella sera era sola a combattere contro quella sensazione devastante e avrebbe continuato ad esserlo per il resto della sua vita.

Dopo un primo sorso, V. fece una smorfia in direzione della sua birra troppo amara per i suoi gusti. Nonostante ciò, continuò a berla come se da ciò dipendesse la sua stessa vita. Si guardò intorno, annoiata dal cicaleccio delle persone intorno a lei e dalla musica che si era fatta improvvisamente più commerciale, quando i suoi occhi azzurri e perplessi incrociarono quelli marroni e stupiti di C., all’altro capo del bancone. Cosa diamine ci faceva lì il signor C.? Miss V. distolse subito lo sguardo, sperando che il suo capo non avesse interpretato quella occhiata accidentale come un invito ad avvicinarsi. Scosse piano la testa di fronte a quella sfortuna. Se da un lato quell’uomo la faceva sorridere con tutta la sua goffaggine repressa in un abito di sartoria e in una posizione di prestigio, dall’altro lato C. era la dimostrazione vivente di ciò che lei sarebbe potuta divenire se non fosse stata attenta.

Seppe che distogliere lo sguardo non era stato sufficiente quando lo vide sopraggiungere con la coda dell’occhio e occupare il posto accanto al suo.

Miss V. cosa ci fa qui?

Un pessimo, pessimo modo per attaccare bottone, si rimproverò il signor C. scuotendo il capo. Il destino gli stava servendo un’occasione d’oro e lui sarebbe stato un idiota a sprecarla così. Pensò che non gli avrebbe rivolto la parola, che l’avrebbe ignorato, ma – dopo un sorso di birra – V. indicò il boccale con un cenno impercettibile del mento e rispose:

Bevo della birra, signor C.

Quella formalità tra loro in un locale come quello lo metteva tremendamente a disagio, perché gli ricordava quale fosse la sua posizione nei confronti di quella giovane, quale fosse il legame lavorativo che li univa e che sembrava non dargli tregua neanche lì, davanti ad una birra e a dei salatini poco salati.

Non c’è bisogno che mi chiami signor C. anche qui Miss V.

Anche qui che nessuno sa chi siamo, avrebbe voluto dire il signor C., ma le parole gli erano morte sulle labbra. Perché non riusciva a trovare il coraggio di parlarle sinceramente neanche in quell’occasione?

E allora lei smetta di chiamarmi Miss. Non mi si confà.

Il tono di voce di V. aveva assunto una nota amara, mentre i suoi occhi – di solito spietatamente beffardi – fuggivano quelli di C. come se nascondessero un segreto. In un altro momento, forse, l’uomo si sarebbe tirato indietro, l’avrebbe lasciata stare e se ne sarebbe andato con la coda tra le gambe. Ma quella sera si rese conto che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di tremendamente importante si stava spezzando in quella giovane ragazza e, se non ci fosse stato qualcuno a raccogliere i cocci, forse di Miss V. non sarebbe rimasto più nulla. Proprio mentre quei pensieri turbinavano nella sua mente, vide una lacrima rotolare lungo la guancia morbida di V., mentre lei cercava di nascondersi dietro la massa fluente dei suoi capelli. C. la prese per le spalle, la costrinse a voltarsi e a guardarlo negli occhi stringendole il mento tra due dita.

Ciò che si trovò di fronte lo sconvolse: non aveva mai visto V. piangere a dirotto, il viso pieno di lacrime e le spalle scosse da silenziosi singhiozzi. C. non sapeva cosa fosse successo, non sapeva cosa dire o cosa fare, ma decise di buttare al vento qualsiasi pensiero razionale e di stringerla a sé come se lo facesse da tutta una vita. La avvolse nelle sue braccia così forte che lei – dopo il primo momento di stupore e smarrimento (chi avrebbe mai potuto immaginare che avesse un odore così buono?) – iniziò borbottare che non riusciva a respirare e C. si accorse che stava esagerando e stava mettendo entrambi in imbarazzo davanti agli altri avventori. Si sciolse malvolentieri da quell’abbraccio, pagò il conto e la portò fuori dal locale senza neanche chiederle se fosse d’accordo. V. non riusciva a parlare, ma si lasciava trascinare da C. come se non avesse vita propria. Era a tal punto annichilita dalla malinconia che qualsiasi altra cosa sembrava non riuscire a scalfirla. Le sembrava di galleggiare nel dolore, un dolore che riconosceva come proprio, ma che – allo stesso tempo – era troppo immenso e profondo per poter anche solo pensare che le appartenesse realmente. Come si poteva sopravvivere ad un dolore del genere? Come avrebbe fatto a resistere da sola? Ma V. non era sola. C. le stringeva la mano e – in una parte confusa della sua mente – lei percepiva la sua presenza al suo fianco; come avvertì la sua mano sul gomito, mentre l’aiutava a salire in macchina.

Non parlarono molto durante il viaggio, ma lui continuò a stringerle la mano, senza allontanarsi da lei se non quei pochi istanti che gli servivano per cambiare marcia. Quando arrivarono sotto casa sua, lei se ne accorse appena. L’unica cosa che riuscì a percepire distintamente furono le braccia di C. che la sollevavano dal sedile e l’aiutavano a scendere. In quei pochi attimi si sentì minuscola,ma protetta ed era una sensazione talmente dolce che per poco non le esplose il petto. Varcata la soglia del palazzo, C. si rese conto che non sapeva a che piano abitasse. Glielo chiese quasi bisbigliando, incapace di capire cosa dire (e come dirlo) per non turbarla ulteriormente. Lei non rispose, ma si avviò verso l’ascensore e lui la seguì, per sincerarsi che arrivasse a casa sana e salva. Salirono fino al quarto piano. Di fronte alla porta, V. perse alcuni secondi alla ricerca delle chiavi, che si erano abilmente nascoste sotto tutti gli altri oggetti presenti nello zaino. Quando finalmente le trovò, aprì la porta e superò la soglia come se lui non fosse stato lì. C. – che non sapeva cosa fare – rimase fermo alcuni istanti e si schiarì la gola, sperando che quel suono potesse attirare la sua attenzione. Lei sembrò riscuotersi da quello stato di torpore che l’aveva colta da quando erano usciti dal locale e lo guardò per la prima volta negli occhi, tremendamente imbarazzata e senza parole.

Mi dispiace signor C. Non so davvero cosa mi sia preso questa sera. Deve essere solo un po’ di stanchezza. Mi dispiace di aver abusato della sua disponibilità. Non succederà più.

C. non sapeva davvero cosa dire di fronte a quel fiume in piena. Non poteva fare a meno di notare quanto fosse ancora turbata, quanto i suoi occhi fossero ancora pieni di lacrime e il naso rosso per le lacrime già versate. Come poteva lasciarla sola quella notte?

Forse sarebbe meglio non rimanessi sola questa notte V.

Non seppe mai spiegarsi come avesse trovato il coraggio di pronunciare quella frase, ma il nome di V. suonava così maledettamente giusto sulle sue labbra, che avrebbe potuto ripeterlo all’infinito. Lei non disse nulla mentre una battaglia interiore si disputava nella sua mente, ma – dopo alcuni istanti di silenzio – si scostò dalla soglia per lasciarlo passare. La porta si chiuse con un tonfo sordo e per alcuni secondi un silenzio imbarazzato aleggiò tra loro. Ma V. stava crollando e lo sapeva. Sentiva che sarebbe esplosa in mille pezzi e che non avrebbe potuto fermare quel movimento interiore per nessuna ragione al mondo. Si appoggiò al primo mobile che le sue mani riuscirono ad afferrare e C. le si fece subito dappresso, stringendola a sé proprio quando le ginocchia di V. Si piegavano sotto il suo peso. Le sussurrò alcune parole rassicuranti, come se avesse compreso il suo dolore e cercasse di dimostrarle che poteva accoglierlo, poteva lasciare che lui l’aiutasse. E lei si affidò a quella voce che le bisbigliava frasi che lei non comprendeva completamente. Lui la accompagnò gentilmente in camera da letto, l’aiutò a spogliarsi – cercando di non soffermare troppo lo sguardo su quei dettagli che, in un’altra situazione, lo avrebbero reso particolarmente felice – e la fece distendere, rimboccandole le coperte. Stava per lasciare la stanza quando la voce di V. lo raggiunse e lo trattenne.

Non te ne andare ti prego.

Di fronte a quella voce roca, a quell’implorazione scommessa, C. si fermò e trattenne il fiato. Non sapeva cosa rispondere, nonostante il suo corpo fremesse per raggiungerla. Se si fosse voltato e l’avesse raggiunta tutto sarebbe cambiato. Stava per spiegarle che era meglio che si riposasse, che lui sarebbe stato sul divano e che l’avrebbe ritrovato il mattino dopo in salotto, ma la voce di V. riemerse nuovamente dal buio e lui fu perduto. “Ti prego”, sussurrò lei come se lui fosse la sua unica salvezza. E C. non potè fare a meno di cedere. Si sdraiò di fianco a lei completamente vestito e la strinse a sé, mentre V. si rannicchiava naturalmente tra le sue braccia, come se fosse sempre stata lì. Lui trattenne il fiato mentre lei si metteva comoda, mentre si faceva piccola nel suo abbraccio e il suo respiro diveniva lento e regolare. C. si chiese come avrebbe potuto dormire con l’oggetto del suo desiderio così vicino, ma in realtà non gli ci volle molto per cedere al sonno, cullato com’era dal profumo incantevole della pelle di V.

Di tutto un po'.

La vera natura della segretaria (pt 3).

Ritrovare il controllo sui propri istinti non è per niente facile quando l’oggetto dei tuoi più intimi desideri sculetta davanti ai tuoi occhi ogni giorno per almeno otto ore al giorno. Non che il signor C. pensasse che miss V. avesse realmente capito quanto fosse diventata grave la situazione; di certo non la credeva così sadica da alimentare una tensione che ormai lui viveva come insostenibile. Anche il solo pensarlo gli sembrava assurdo e orribile. Potevano esistere davvero persone a tal punto malvagie da portare un uomo alla perdizione e goderne?

Il signor C. non avrebbe mai avuto risposta a questa domanda e sicuramente noi non ci affretteremo a dissipare ogni dubbio sulla condotta di miss V., perché – francamente – non ci interessa farlo. Ciò che sappiamo con certezza è che – da quando aveva avuto quella fantasia ad occhi aperti – il signor C. era caduto in uno stato di prostrazione e vergogna tali che era rimasto chiuso nel suo studio per tutto il pomeriggio, rifiutandosi addirittura di rispondere al telefono. Per un uomo che mai si era lasciato scalfire dagli impulsi della passione – e soprattutto non sul posto di lavoro – quella perdita di controllo e di inibizioni veniva vista come una china pericolosa lungo la quale C. si vedeva scendere ad una velocità folle. Come avrebbe potuto porre un freno a tutto ciò? Come avrebbe potuto continuare a guardare V. senza pensare a cosa avrebbe voluto farle?

Quella domanda lo aveva ossessionato per tutto il fine settimana mentre si aggirava per il suo appartamento come un’anima del purgatorio alla ricerca della redenzione. Al culmine della disperazione aveva messo a punto una strategia per evitare il più possibile di parlare direttamente con V., cercando di non guardarla troppo a lungo negli occhi quando le assegnava delle mansioni o le chiedeva delle informazioni, ma portando lo sguardo verso la sua fronte o qualche centimetro sopra la sua testa. Il signor C. cercava di spiare le reazioni di V. di fronte a quel nuovo atteggiamento, sperava di cogliere nei suoi occhi azzurri e infiammabili anche solo un moto di dispiacere, ma sembrava che la ragazza fosse troppo assorta nei suoi interessi per accorgersi di qualcos’altro che non fosse lei stessa e il suo mondo parallelo. Pur essendo una delle caratteristiche che più lo infastidivano di V., trovava quella atmosfera eterea che la circondava estremamente affascinante e – a tal punto in contrasto con la sua natura decisa e pragmatica – da esserne irrimediabilmente attratto. Si rese conto che cercava in lei ciò che lui non aveva mai voluto vivere, ciò che si era sempre precluso, un mondo nel quale – fino a qualche mese prima – non avrebbe mai e poi mai pensato di voler mettere piede.

Di qualunque natura fossero le riflessioni che affollavano la mente del signor C., quel distacco sembrava iniziare a sortire i suoi effetti e miss V. non pareva essere più il suo pensiero fisso, nonostante ogni tanto – anche dalla porta chiusa del suo ufficio – gli giungesse il rumore soffocato dei suoi tacchi sulla moquette o la sua voce roca mentre rispondeva al telefono o parlava con gli altri impiegati. Anche solo quei piccoli indizi della sua esistenza riuscivano a riaccendere il desiderio di C. e l’uomo – dietro la sua imponente scrivania – non poteva fare a meno di fremere e lasciarsi scappare un sospiro.
Quella distanza, però, era destinata ad accorciarsi un pomeriggio in cui miss V. era stata incaricata di presenziare ad una riunione degli alti dirigenti per stendere un rapporto che sarebbe poi stato inviato alla casa madre. La situazione, dunque, si presentava come estremamente formale e miss V. era stata invitata ad indossare qualcosa di appropriato; o comunque di più appropriato rispetto a ciò che indossava abitualmente. Il signor C. sperava ardentemente che – almeno in quell’occasione – V. si sarebbe piegata alle direttive che arrivavano dall’alto e si sarebbe comportata con discrezione e professionalità. Mai speranze furono più disattese di quelle dell’uomo che, il giorno della riunione, entrò nell’enorme sala che avrebbe ospitato i dirigenti e si trovò di fronte una miss V. che neanche le sue fantasie avevano mai pensato di poter creare. La ragazza, che stava sistemando le sedie e posizionando bottigliette lungo il tavolo della sala conferenze, indossava un paio di shorts di jeans strappati in più punti – e che aderivano al suo fondo schiena perfettamente, sottolineando e la curva dolce e piena ogni volta che si sporge a in avanti – e una maglietta rossa che lasciava scoperte le spalle e sulla quale erano disegnati due teschi abbracciati. La maglietta, poi, era abbastanza corta da mostrare l’ombelico della giovane ad ogni suo più piccolo movimento. Il signor C. non poteva credere ai suoi occhi, doveva essere un sogno. Provò a pizzicarsi di nascosto il braccio, ma dato che questo non lo fece svegliare non potè fare altro che rassegnarsi a quella visione. Quando anche gli altri colleghi entrarono, nessuno di loro sembrò accorgersi di come miss V. – seduta in un angolo lontano e con un portatile appoggiato sulle cosce – fosse vestita. C. aveva fatto in modo di sedersi dando le spalle alle giovane, ma la sua mente non gli permetteva di dimenticarla neanche per un secondo, mentre le parole dei colleghi si accavallavano nella sua testa senza che C. riuscisse a capirne il significato. Nonostante non potesse osservarla, gli sembrava di vederla comunque, china sul portatile, mentre le sue unghie emettevano un leggero ticchettio sui tasti e la scollatura della maglietta lasciava intravedere le rotondità dei suoi seni. Dopo due ore non sapeva se essere più infuriato o più eccitato e non voleva realmente scoprire quale fosse il confine tra quelle due sensazioni. Si alzò dalla sedia con le gambe che tremavano, ma cercò di atteggiare il viso ad una espressione cordiale e controllata mentre salutava gli altri colleghi e tornava verso il suo ufficio. I passi di V. lo seguivano a breve distanza. Il signor C. aspettò che fossero soli prima di convocarla nel suo ufficio.

Chiudi la porta V. e siediti.

La ragazza fece ciò che le era stato chiesto e – dopo essersi seduta di fronte a C. – accavallò le gambe e lo guardò impassibile, come se non fosse minimamente consapevole della sfuriata che l’uomo stava per farle. C. era conscio che urlare non gli sarebbe servito a niente, che un qualsiasi rimprovero o una minaccia non avrebbero scalfito quella corazza di indifferenza nella quale la giovane amava ammantarsi.

Non mi aspetto che tu capisca il grave danno d’immagine che mi hai arrecato oggi. Ma che tu comprenda o meno che il tuo comportamento è inaccettabile, io sono costretto a punirti.

C. si mosse talmente velocemente che miss V. non avrebbe mai potuto prevedere ciò che stava per succedere. In un lampo si ritrovò rovesciata sulle ginocchia di C., i capelli davanti al viso che creavano una spessa cortina, mentre le mani forti dell’uomo abbassavano con sonori strattoni sia gli shorts sia i collant, rompendo il piccolo bottone dei pantaloncini, che rotolò per terra con un tonfo sordo. Finalmente lo sguardo di C. poteva abbassarsi sulla pelle rosea e fresca di V., le sue narici potevano riempirsi del profumo della sua pelle, un profumo dolce e vellutato, ma che nascondeva in sé un segreto imperscrutabile che C. avrebbe voluto penetrare ad ogni costo. In preda ad una follia che non riusciva né a comprendere né a fermare, C. non potè più dominarsi e le sue mani atterrarono sul culo di V. talmente tante volte che nessuno dei due avrebbe potuto contarle. Osservare quella pelle divenire sempre più rossa ad ogni colpo era un afrodisiaco per C., che non riusciva più a smettere, sordo di fronte ai gemiti e ai lamenti di V. Quest’ultima si dimenava debolmente ad ogni schiaffo ben assestato e cercava di liberarsi da quella stretta inesorabile, ma nulla potevano i suoi movimenti sconclusionati contro quella forza virile. Il pensiero che ogni volta che si fosse seduta avrebbe pensato a lui, incendiò il sangue di C., che continuava a colpire quella carne tenera con le sue mani ruvide, finché il cuore sembrò esplodergli nel petto e V. non oppose più resistenza. Aveva marchiato quella pelle così chiara – e apparentemente così innocente -, l’aveva resa sua per sempre. Sentiva la mano calda e formicolante, mentre chinava il viso su V. e ne mordeva la carne arrossata e calda. Di fronte a quel nuovo assalto la ragazza non reagì e C. si accorse che era finalmente in suo potere. La giovane era accasciata sulle sue ginocchia e tremava piano, quasi stesse per piangere. La sua voce uscì spezzata quando parlò, interrompendo il silenzio della stanza:

Mi sottometto

A quelle parole C. sentì il suo animo esultare, come se per la prima volta nella sua vita si fosse sentito completo, intimamente legato a qualcuno. Stava per dire qualcosa, per stringerla a sé, quando una musica si intromise tra loro, un suono a lui familiare, ma che non riuscì a riconoscere subito. Cercava di rimanere aggrappato a lei, di scacciare quella melodia che si frapponeva tra lui e V., ma questa sembrava più forte della sua stessa volontà e con un sussulto C. spalancò gli occhi nel buio. Solo in quel momento si rese conto che quel suono era la sveglia, che lui si trovava nel suo letto, solo e sudato, e che V. non era mai stata lì con lui.

Con un gesto intriso di rabbia scagliò il telefono a terra e lo osservò rompersi

Di tutto un po'.

La vera natura della segretaria (pt. 2)

Quando il signor C. uscì dal proprio ufficio si sarebbe aspettato di trovare miss V. seduta alla scrivania, circondata dai suoi libri e dai suoi blocchi per appunti. Fu proprio per questo motivo che tentennò sulla soglia per alcuni istanti, gli occhi nascosti in un documento che stringeva ancora tra le mani, come a cercare le parole giuste per attirare l’attenzione della giovane, fare una battuta divertente che le facesse alzare gli occhi dal libro che stava leggendo con tanta passioni sin dal primo pomeriggio.

Mano a mano che i mesi passavano il signor C. si era accorto che era praticamente impossibile imporre anche solo un minimo di disciplina in quella ragazza.
Quando si era presentata al colloquio di certo C. non avrebbe mai potuto immaginare che dietro quella apparenza avvenente e svagata si nascondesse una ragazza indisciplinata e testarda.

Sin dal primo giorno aveva iniziato ad erodere silenziosamente la sua autorità, senza che lui fosse stato in grado di dimostrare abbastanza prontezza da accorgersene, se non quando ormai era stato troppo tardi per rimediare. V. continuava a ricavare sempre più spazi personali all’interno della sua presunta attività lavorativa e quando C. cercava di riportarla sulla retta via, quando provava a spiegarle che si sarebbe dovuta dimostrare più accorta, disciplinata e servizievole, lei sorrideva, annuiva dolcemente e poi perseverava nell’agire come riteneva più opportuno.

Vedere, dunque, la sedia della giovane vuota gli fece aggrottare la fronte, tra lo stupito e l’adirato. Inizialmente il signor C. aveva aspettato qualche istante, sperando in cuor suo che quella assenza avesse una motivazione valida e che miss V. sarebbe tornata presto alla sua scrivania; ma i minuti passavano e del passo svelto della giovane neanche l’ombra. Decise che – forse – sarebbe stato meglio andare a cercarla; nella mente gli passò il pensiero angosciante che si fosse sentita male da qualche parte nell’ufficio e che stesse cercando di chiedere aiuto senza riuscirci. Il signor C. non poteva permettere che tutto non fosse sotto il suo controllo, miss V. compresa. Controllò gli uffici dei suoi collaboratori, chiese a tutti se l’avessero vista, ma nessuno di loro aveva avuto bisogno del suo aiuto in quel pomeriggio e quindi nessuno aveva fatto caso a lei e a dove fosse.

Sempre più spazientito e preoccupato, si diresse nella piccola sala ristoro che si trovava dall’altra parte del corridoio. Era una stanza appartata all’interno della quale si poteva bere un caffè, mangiare qualcosa, riscaldare dell’acqua per un tè quando il riscaldamento non era sufficiente. La porta della saletta era chiusa e il signor C. la aprì cercando di non fare rumore. Quella precauzione lo fece sentire vile, ma non poté fare a meno di cogliere al volo l’opportunità di spiarla anche se solo per pochi istanti.
Miss V. era lì, in piedi, inguainata in un vestito di pelle che lasciava ben poco all’immaginazione. I capelli bruni coi quali la giovane bisticciava sempre erano sciolti lungo le spalle e creavano sfumature quasi verdi sotto la piccola luce al neon.

Il signor C. si avvicinò alla ragazza senza accorgersi che stava trattenendo il respiro, quasi avesse paura di ciò che stava facendo o, ancor peggio, di non riuscire nell’intento. Cogliendola di sorpresa, le afferrò i fianchi, stringendola a sé talmente forte che la ragazza non ebbe abbastanza fiato per urlare. Il volto di C. si chinò come un predatore sul collo di V. e, mentre il naso si inebriava del profumo di rose che la circondava, la sua bocca calò su quella pelle rosea e morbida e i suoi denti si fecero largo lungo il collo, assaggiandone ogni centimetro. Le sue mani risalirono lungo i fianchi, scivolarono sulle costole per riempirsi del seno piccolo, ma sodo della giovane, i cui capezzoli erano già rigidi e pronti per essere pizzicati dalle sue dita affamate. C. spinse i fianchi smaniosi contro la morbidezza del fondo schiena della giovane, come se volesse penetrare la barriera dei vestiti per giungere così ad assaporare la carne di V., farla finalmente sua.

Le sue mani si mossero velocemente per tirare su quel vestito che – pur essendo sottile – stava divenendo l’unico ostacolo tra C. e la giovane. Proprio mentre le sue mani erano pronte ad afferrare il culo sodo e compatto di miss V., un urlo lo distrasse:

Signor C. vuole farmi venire un infarto?

Quest’ultimo si riscosse e sbatté le ciglia più volte, come se una nebbia fitta e densa lo avesse avvolto e lui non riuscisse a vedere ciò che aveva di fronte. Miss V. – che si era voltata dopo aver riscaldato il proprio tè e teneva in mano la tazza fumante – aveva trovato di fronte a sé un signor C. imbambolato, perso in chissà quali pensieri che avevano avuto l’effetto di far arrossire il suo viso, mentre l’uomo posava su di lei due occhi scuri e sgranati.

Non l’ho sentita entrare, disse la giovane che – per lo spavento – aveva rovesciato qualche goccia di tè per terra. Ha bisogno di qualcosa?
Ma di fronte alla sua domanda – domanda alla quale il signor C. avrebbe saputo bene cosa rispondere – l’uomo rimase in silenzio, senza dare segno di aver inteso le parole di V. Quest’ultima, decisa a bere il suo tè senza che nessuno la disturbasse, scrollò le spalle con noncuranza e se ne andò, lasciando il signor C. ansimante e improvvisamente scomodo nei suoi pantaloni di sartoria.

Di tutto un po'.

La vera natura della segretaria.

Seduta alla scrivania, le gambe accavallate in una gonna troppo corta, V. parlava al telefono con voce suadente, le dita che trafficavano velocemente tra le ciocche brune, creando innumerevoli intrighi, sempre più difficili da sbrogliare. Proprio mentre terminava la conversazione e la sua bocca si increspava per fare posto ad una enorme bolla rosa, incrociò lo sguardo di C., che, giacca in mano, stava per uscire dall’ufficio. Quasi ipnotizzato da quell’immagine che si era formata davanti a lui senza che dovesse compiere nessuno sforzo di immaginazione, rimase fermo sulla porta come una statua di sale.

Proprio mentre cercava di capire se tutto ciò fosse reale o fosse solo frutto della sua immaginazione, C. vide che uno stivaletto di V. – quasi mosso da una volontà propria – si stava sfilando dal piede destro e, cadendo con un tonfo sordo sulla moquette consunta, lasciava il piede sospeso in aria, avvolto da un leggero collant nero. Le dita si mossero impercettibilmente, quasi quella improvvisa libertà le avesse rese estremamente felici. C. pensò a cosa avrebbe provato a sentire quei piedi piccoli e teneri sul suo petto, mentre, inginocchiato tra le cosce di lei, il suo bacino si sarebbe mosso furiosamente, alla ricerca del ritmo perfetto. Il suo corpo gli sembrò improvvisamente pronto a cedere, a sciogliersi per l’improvviso calore che lo attanagliava. Si sentiva contemporaneamente debole e forte, pronto a fare qualsiasi cosa e a lasciare che qualsiasi cosa si facesse su di lui.

Lo sguardo di C. continuò a risalire lungo le gambe di V., un centimetro dopo l’altro. Non si era mai accorto che fossero così lunghe, pensò mentre osservava quel piede dondolare avanti e indietro, quasi seguisse un ritmo che solo lui poteva percepire. Durante quel percorso a ritroso, qualcosa, però, attirò all’improvviso la sua attenzione. Le dolci labbra di V. si erano socchiuse e la sua lingua si era mossa su di esse, quasi ad invitarlo a fare lo stesso. Le dita ora avevano arrestato la loro interminabile attività tra i capelli e si erano ripiegate docilmente sotto il mento. Il volto di V., così, assunse una rotondità e una dolcezza inaspettati: sembrava una mela pronta per essere colta, a tal punto succosa da riempire la bocca col proprio sapore dolce, ma che nascondeva in sé una punta asprigna indimenticabile, pronta per essere colta solo da chi non avrebbe avuto paura di andare fino in fondo.

Gli occhi, di un azzurro freddo ed intenso, erano concentrati all’altezza del cavallo dei pantaloni di C., come a cercare una prova dell’incantesimo che si stava  propagando nella stanza solo grazie alla sua presenza. La vista non la deluse e un leggero sorriso le pizzicò le labbra.
A C. parve di fare un passo in avanti, addirittura di dire qualcosa – nonostante avesse la bocca impastata e la gola secca -, ma ogni suo tentativo venne interrotto dallo squillo insistente e petulante del telefono, che si frappose fra loro come uno scudo.
V. gli lanciò un ultimo sguardo da sotto le lunghe ciglia prima di alzare la cornetta e rispondere con voce flautata: Buonasera, cosa posso fare per lei?

C. avrebbe saputo dettagliatamente come rispondere a quella domanda.

Spruzzi di creatività

Da grande voglio essere una predicatrice.

Cosa vuoi fare da grande? è una delle prime domande che ci vengono poste, ancor prima che la nostra mente possa veramente capirne il significato. E il verbo fare non è scelto casualmente. Avrebbero potuto decidere di chiederti cosa vorresti diventare o cosa vorresti essere. Invece si rivolgono a te con partecipazione, come se fossero realmente interessati alla risposta, e scelgono il verbo fare, perché in una società come la nostra – una società di matrice capitalista – lavorare, produrre, dimostrarsi attivi vale più di qualsiasi altra cosa tu possa pensare di essere.

E anche la risposta è importante, tremendamente importante, perché è dalla risposta che darai che il mondo inizierà ad etichettarti. Il percorso lavorativo che deciderai di intraprendere definirà chi sei, o chi non sei.

La prima volta che risposi a questa domanda frequentavo ancora le elementari, forse avevo sette o otto anni. Risposi che volevo fare la pasticcera, perché adoravo fare dolci con mia nonna, sporcarmi le mani, assaggiare ogni impasto crudo fino a farmi venire il mal di pancia.

Passarono un paio d’anni quando me lo chiesero di nuovo ed io avevo un’altra risposta: sarei divenuta un avvocato, perché mia madre adorava guardare i gialli in televisione e gli avvocati erano sempre in grado di risolvere ogni mistero, sapevano usare le parole giuste al momento giusto, ed io sarei finita ad ingrossare la schiera infinita di uomini e donne votate alla legge. All’epoca ovviamente avevo solo dieci anni e non la pensavo in questo modo.

Alle medie le cose cambiarono ancora. Alla fatidica domanda risposi che avrei fatto l’insegnante. L’idea era tremendamente nebulosa nella mia mente. Per anni gli unici esempi che ho avuto di fronte corrispondevano ad insegnanti ormai maturi, stanchi ed annoiati dal loro stesso mestiere, ormai abituati ad una scuola più simile ad una giungla che ad un posto sicuro, dove il più forte e il più veloce ad imparare vince (anche se ancora oggi non ho compreso quale fosse il premio in palio), mentre chi è in difficoltà, chi ha bisogno d’aiuto non può fare altro che soccombere e rimanere indietro.

Quando si è giovani, però, è facile essere idealisti e pensare di poter cambiare il mondo o le istituzioni stesse, nonostante queste si reggano proprio sulla polvere dell’abitudine. Anche l’insegnamento, però, ha lasciato il posto ad una nuova idea e – quattro anni dopo – avevo deciso che avrei lavorato in una casa editrice. Come se questa nuova scelta non rappresentasse un semplice scivolare dalla padella nella brace. Ma tant’è.

Scelsi lettere dopo un anno sabbatico e senza nessuna conoscenza del latino, iniziai a lavorare e capii veramente come andava il mondo, presi il diploma di laurea (perché non bisogna di certo festeggiare per una laurea che non è una vera laurea), iniziai la magistrale e mi disinnamorai dell’università nel giro di pochi mesi (ancora oggi sono qui a chiedermi cosa io stia facendo e perchè), e continuai a lavorare.

Quando frequenti il corso di laurea in lettere la domanda Cosa vuoi fare da grande? Sale spontaneamente sulle labbra delle persone che ti circondano, soprattutto quando queste sono a tal punto prosaiche da non riuscire a immaginare cosa voglia dire frequentare un corso di laurea del genere. Ma quindi dopo cosa farai?, è una delle tante varianti sul tema. E se non hai la risposta pronta, o quantomeno la risposta che loro si aspettano da te, è tutto un guardare con tanto d’occhi, in modo sbigottito, come se non sapere cosa farai sia impossibile in una società che non ci dà nessuna certezza.

Solo un paio di giorni fa, però, ho avuto l’illuminazione, forse non grande e profonda come quella del divino Buddha mentre meditava seduto sotto un albero, ma comunque tremendamente importante, poiché rappresenta la risposta a qualsiasi domanda mi sia stata posta in questi anni, a qualsiasi domanda io abbia mai fatto a me stessa, in fondo. Ciò che la mia anima mi chiede di fare, ciò che il destino ha deciso per me e ha tratteggiato nel suo imperscrutabile disegno, farà di me una predicatrice, una persona pronta a diffondere la pace e il bene, con le proprie parole e azioni, sostenendo chi avrà bisogno, camminando per il mondo senza casa e senza meta, perché entrambe rifulgono dentro di noi di una luce che ci appartiene e che rifulge intorno a noi, visibile a coloro che sono pronti ad abbracciare un percorso di profonda spiritualità. Ma, come dice Steinbeck in “Furore”, normalmente “predicare è dire roba alla gente”, mentre io – proprio come il predicatore di questo famoso romanzo americano – “io voglio chiedere”, voglio aprire la mia anima agli altri, affinché essi possano svelare la loro e non sentirsi più soli in un mondo che ci vuole indifesi, omologati e soli.

Ora finalmente so cosa risponderò quando qualcuno oserà chiedermi cosa voglio fare da grande.

Vertigini

“Biscotti”: un racconto in anteprima.

Un raggio di sole filtrò dalle persiane socchiuse e colpì di sbieco una piccola ampolla di vetro su una mensola di pino, che proveniva da un’immensa foresta delle regioni scandinave, una di quelle regioni in cui anche solo respirare faceva male ai polmoni. Uomini stanchi di quella vita senza uscita davano ritmici colpi di ascia contro tronchi secolari che avevano assistito silenziosi ad invasioni, guerre, imperi, spopolamenti e suicidi, ed ora osservavano la loro vita venir meno per colpa di uomini che – a migliaia di chilometri di distanza – volevano un mobile solido ed efficiente, con venature eleganti. Quella timida colonna di luce, che aveva trovato la sua strada occhieggiando tra persiane verdi ormai screpolate dal tempo e dalla noncuranza, donò una sfumatura dorata a quel vetro opaco e al suo contenuto azzurro. Quei piccoli granelli color del cielo primaverile erano il ricordo di una vacanza ormai lontana nel tempo. Era stata comprata da una vecchia signora curva su una di quelle bancarelle di legno che – almeno una volta alla settimana – si facevano spazio nelle piazze principali di ogni paesino dell’entroterra e che i venditori si ritrovavano a montare sin dalle prime luci del mattino. Tutta quella confusione e quella frenesia sembravano mettere in stato d’allarme l’intero paese che – almeno per un giorno – era letteralmente invaso dai venditori ambulanti, dalle loro voci squillanti e dalle loro incessanti trattative sui prezzi. Sembrava si divertissero a mercanteggiare, come se reputassero una tremenda offesa trovarsi di fronte clienti che fossero disposti a pagare il prezzo da loro inizialmente proposto. Quella vecchia signora curva si appoggiava pesantemente ad un bastone intarsiato e indossava una lunga tunica nera su un corpo tozzo e grassoccio. I suoi occhi vecchi e saggi sembravano essere in grado di leggere l’anima di chi avevano di fronte, come se sapessero sempre quale fosse il pezzo giusto per chiunque decidesse di lanciare anche solo uno sguardo distratto alla sua bancarella. L’ampolla di vetro – che recava su di sé una scritta in una lingua che ormai più nessuno parlava – aveva una forma particolarmente tondeggiante e un tappo di sughero in cima, a sigillare per sempre quella sabbia colorata, come la lapida di una tomba, pronto a ingabbiare un ricordo ormai svanito per sempre. Quella mensola – al contrario delle altre due che la sovrastavano e che ospitavano ninnoli di scarso valore e libri scelti più come elementi d’arredo che come spunti di riflessione – non era costretta a sopportare il peso di altri soprammobili, ma solo di un sottile e invisibile strato di polvere, a cui piaceva insinuarsi ovunque, affermando il suo dominio su ogni angolo del piccolo appartamento. La parete lungo la quale erano state fissate con immensa abilità – senza mai mostrare nessun segno di cedimento nel corso degli anni – era soffocata in tutta la sua lunghezza da una carta da parati dai colori ormai irrimediabilmente sbiaditi. La fantasia eclettica e dalle figure esasperatamente geometriche andava di moda una trentina di anni fa e, fino a dieci anni prima, l’azzurro, il rosso e il verde che costituivano i colori dominanti di quell’ensemble pittoresco, erano ancora di una luminosità sgargiante, al punto che risultava particolarmente difficile sostare a lungo con lo sguardo su quelle volute simili ai percorsi acrobatici delle montagne russe e nei quali, se solo gli occhi avessero cercato più attentamente, sarebbe stato facile scorgere mondi incantati al di là del reale; mondi nei quali fuggire per sempre. Fino a dieci anni prima, dunque, partecipare ad una festa in quel salotto poteva lasciare gli invitati con un forte mal di testa o con la sgradevole sensazione di aver guardato troppe persone negli occhi pur di non lasciarsi imprigionare da quei disegni e dai quei colori fuori dal comune. Forse la scelta non era stata del tutto casuale; forse chi aveva creato quella carta da parati – unica nel suo genere – aveva sperato che potesse aiutare le persone a comunicare, a guardarsi di nuovo negli occhi, a parlare e ad ascoltarsi, forse anche a capirsi. O forse, molto più probabilmente, il primo proprietario di quella casa aveva un gusto deprecabile o un senso dell’umorismo incomprensibile ai suoi posteri.

A ricordo di quei convegni della società bene si allungava sul pavimento un tappeto che – un tempo – era stato color senape e le cui nappe ora erano solo un ricordo sfilacciato. Il pelo lungo e folto – ora irriconoscibile e rosicchiato dalle tarme – veniva spazzolato e lucidato ogni giorno dalla governante stessa che – nonostante la gonna stretta dell’uniforme – si inginocchiava a terra con facilità e, senza che il suo severo chignon si sciogliesse o il suo viso divenisse rosso per lo sforzo, passava almeno tre ore a prendersi cura del tappeto preferito della signora, affinché non si potesse mai lamentare dei suoi servigi. Quella donna, ormai prossima alla sessantina, nutriva un amore sconfinato per quella famiglia, che serviva da quando era ancora molto giovane e sua madre ricopriva il suo ruolo. all’epoca aveva solo quattordici anni ed era una semplice cameriera, che si limitava ad eseguire gli ordini e a guardare con la bocca spalancata tutte quelle signore ben vestite ed a tal punto cariche di gioielli da risplendere nella notte come stelle. Quando ancora non aveva capito quale fosse il suo ruolo all’interno della società, e quanto quella condizione fosse immutabile, aveva spesso sognato ad occhi aperti di poter essere come quelle donne, di sollevare piccole e decorate tazzine da tè col mignolo alzato, mentre le sue amiche parlavano dell’ultima festa alla quale avevano partecipato, di chi aveva ballato con chi e di chi, invece, aveva fatto da tappezzeria. Alla morte di sua madre, però, quelle fantasticherie erano evaporate come neve al sole e lei era dovuta crescere in fretta, cercando di essere all’altezza della maestria con la quale la madre – fino a quel momento – aveva amministrato la casa e la servitù, trasformando quelle mura in una macchina dagli ingranaggi ben oleati; una macchina che mai si era inceppata. Quella responsabilità era scesa su quella giovane come un macigno che avrebbe potuto schiacciarla da un momento all’altro, una spada di Damocle pronta a trafiggerla se avesse fatto anche solo un passo falso. Ma lei aveva fatto del suo meglio, aveva sacrificato la sua intera vita per quella casa, per quella famiglia e nessuno aveva mai avuto alcunchè da recriminare alla sua gestione della casa, della dispensa e della servitù. Ma la nuova padrona era un’altra storia, una storia di cui la governante non era ancora riuscita a dipanare l’intreccio. Non aveva nulla in comune con sua madre o sua nonna e, proprio per questo motivo, la governante non si fidava di lasciare quell’incarico nelle mani di una servetta qualsiasi; non quando, ogni giorno, quella donna dispotica e intransigente amava passeggiare a piedi nudi su quel tessuto morbido e profumato, come una regina pagana in un mondo antico e fuori dal tempo. Non aveva mai capito se lo facesse per metterla alla prova o se quello fosse uno dei tanti atteggiamenti stravaganti coi quali la padrona di casa amava popolare quella dimora. Quella stessa regina – ormai decaduta – si era abbandonata in una chaise longue di pelle marrone che apparteneva alla sua famiglia dai tempi della sua bisnonna. Lei, dunque, rappresentava la quarta generazione di donne McKillan che si sdraiavano su quella pelle fredda, che era stata restaurata più volte e che, più volte, si era consumata, assorbendo il sudore e il profumo delle donne che avevano cercato una tregua dalla vita in quella struttura solo apparentemente confortevole, ma che in realtà ti costringeva ad assumere una posizione rannicchiata, nella quale era sempre particolarmente difficile capire quale posizione dovessero assumere le gambe affinché la rilassatezza non lasciasse mai il posto all’assenza di decoro. Anche nei momenti di solitudine, anche nei momenti di riposo, era impossibile dimenticare quale fosse la loro posizione e cosa la società si aspettasse da quelle donne. La chaise longue, però, non era sempre stata in quel salotto: fino a pochi anni prima troneggiava fiera in uno studiolo privato, nel quale la padrona di casa amava ritirarsi per mangiare dolcetti o fumare una sigaretta, atteggiamenti che la società considerava deplorevoli se ci si lasciava andare a quelle debolezze in pubblico. I dolcetti che preferiva erano il pezzo forte di una pasticceria che distava solo un paio di isolati dalla sua maestosa e decadente villa liberty, il cui giardino – un tempo – era il più invidiato di tutta la città, con i suoi alberi imponenti, i suoi fiori sempre in boccio e il prato sempre ordinato e ben tagliato. La prima volta che li aveva assaggiati si trovava a casa di un’amica per l’ora del tè e, appena ne aveva morso uno, le sue papille gustative erano andate in cortocircuito, lasciandola in uno stato di profondo languore e soddisfazione; proprio per l’intensità di quella sensazione, aveva quasi implorato la sua amica affinché le dicesse il nome della pasticceria che produceva quelle delizie senza paragone e, solo dopo molte suppliche, era riuscita a strapparle quel nome. Non riusciva più a tener conto di tutte le volte in cui, da quel momento, aveva implorato la proprietaria di quel delizioso locale per poter avere la ricetta di quei deliziosi biscottini rotondi intrisi di miele, aromi e uno spesso strato di cioccolato. Quella infinita dolcezza riusciva a scuotere il grigiume in cui era piombata la sua vita negli ultimi dieci anni. La proprietaria, però, era insensibile a qualsiasi sua richiesta, lusinga, minaccia o corruzione. Era un segreto che le donne della sua famiglia si tramandavano da generazioni. L’eclettica padrona di casa, dunque, si era scontrata contro una fedeltà alle tradizioni che non era possibile comprare con nessuna ricchezza esistente al mondo. Fino a pochi anni prima, almeno una volta alla settimana, era una delle domestiche a presentarsi in quel locale pieno di fiori e fiocchetti colorati per acquistare una scatola di quelle dolci delizie. All’inizio la padrona di casa aveva dovuto cercare delle scuse plausibili per quell’acquisto che aveva assunto tutte le caratteristiche di un’abitudine; scuse che riguardavano omaggi per amici, ringraziamenti per ospiti che avevano avuto la gentilezza di prendere parte alle sue feste. Per questo motivo aveva riempito il proprio studio di carta e nastri colorati, che lasciassero sottintendere la preparazione di confezioni regalo sempre diverse, personalizzate per ogni amico o conoscente volesse ringraziare. Poi, quando le scatole era irrimediabilmente vuote, le faceva sparire buttandole in cassonetti distanti almeno due o tre isolati dalla vita, affinché la servitù non sapesse mai di quella sua debolezza. La stessa padrona di casa sapeva che era solo una pia illusione, una sciocca convinzione, ma finché le apparenze erano salve, finché tutti fingevano di non sapere assolutamente nulla di quella storia – lei in primis – tutto sarebbe andato per il meglio, tutti avrebbero continuato ad agire all’interno di confini tracciati anni prima dalla società, dall’etichetta, dalle stesse persone che avevano preceduto quella padrona di casa. Quando tutto era finito, però, non aveva più avuto bisogno di scuse, perché non aveva più domestiche alle quali delegare quei compiti così triviali e le scatole giungevano a casa sua tramite la consegna espressa di un fattorino anonimo dalla zazzera perennemente in disordine. La mancanza di mistero o di sotterfugi, però, non aveva tolto nulla a quel piacere, ma vi aveva aggiunto una libertà che rendeva quel gusto dolce e complesso ancora più intenso.

Sdraiata sulla sua immancabile chaise longue, la padrona di casa aveva un braccio abbandonato lungo il corpo, le cui dita sfioravano oziosamente le piastrelle fredde e crepata del pavimento. L’altra mano, elegante e affusolata, giaceva sugli occhi socchiusi nel buio. Lo smalto rosso – applicato con cura maniacale – pareva luccicare in quella poca luce come colto da vita propria, come se fosse deciso a sopravvivere alla stessa proprietaria, ormai abbandonata in un torpore dal quale sembrava impossibile per lei uscirne. I capelli della donna erano racchiusi in una crocchia scomposta, trattenuta soltanto da una sottile bacchetta di legno, una di quelle con le quali era solita afferrare cibo cinese quando ancora le piaceva uscire di casa. Il colore di quella chioma, quando ancora non era striata di grigio, era sempre stato di un nero intenso con sfumature tendenti ad un blu oltremare che aveva avuto la fortuna di ereditare dalla madre, al pari di una carnagione a tal punto candida da risultare quasi trasparente. Pur essendo lisci in maniera quasi noiosa, sulle punte, in modo del tutto naturale, si attorcigliavano su sé stessi, solleticandole delicatamente la schiena come la carezza tenera e sfrontata di un amante. Le palpebre socchiuse nascondevano due iridi color dell’ambra, grandi e profonde, che erano solite guardare il mondo un distacco educato, ma altero, come se nulla di ciò che avveniva nel mondo avesse veramente il potere di toccarla. Anche il naso affilato sembrava comunicare quel messaggio e la donna adorava arricciarlo per dimostrare tutto il suo disgusto verso qualcosa o qualcuno, soprattutto quando le parole non erano sufficienti a ribadire pienamente tutta la sua disapprovazione. Tutto ciò che sapeva o faceva – ogni suo gesto, ogni suo più piccolo movimento od ogni frase che pronunciava – era nato dall’osservazione precisa e puntuale dei comportamenti di sua madre in società, di quella donna che era stata per lei – sin da quando era molto piccola – un faro in mezzo al buio, l’esempio migliore da seguire per divenire una donna inattaccabile, una donna che qualunque uomo avrebbe voluto al proprio fianco, una donna che le amiche avrebbero invidiato e ammirato allo stesso tempo, una donna che non avrebbe mai ceduto sotto i colpi del destino, ma avrebbe fronteggiato ogni nuova sfida con la risolutezza di chi sa di non poter sbagliare. Spesso si chiedeva che cosa fosse stato di tutti quegli insegnamenti, di tutte quelle aspirazioni giovanili, di quella determinazione a farsi largo nel mondo con l’eleganza e la forza che aveva sempre contraddistinto le donne di quella famiglia; spesso si poneva queste domande, ma non aveva risposte da dare loro in pasto e queste continuavano ad aleggiare nella sua mente come spettri che infestavano la sua mente, fantasmi senza nome e senza volto che non riuscivano a lasciarla in pace. Il corpo della donna – alto e magro – era avvolto da una vestaglia da camera di pregiata seta a stampe tipicamente cinesi, raffiguranti rossi dragoni dalle fauci enormi o lanterne accese su uno sfondo nero. Ad ogni movimento, il tessuto frusciava come fosse stato una cosa viva, creando nuove onde su quel corpo spento. Solo i piedi rimanevano scoperti da quelle tenue palandrana e apparivano pallidi in quel cono di luce che ancora cercava a tutti i costi di entrare da quelle persiane stinte. Le dita di quei piedi così sottili e magri si muovevano ad un ritmo sconosciuto, che solo la mente di quella donna sembrava sentire in tutto quel silenzio insopprimibile, come se il vecchio grammofono – lasciato in un angolo a riempirsi di polvere e ormai dimentico di cosa si provasse a far suonare un vinile – suonasse ancora quella musica sulla quale le era sempre piaciuto ballare, per lasciarsi ammirare dagli uomini presenti, per far credere loro di essere a portata di mano, di essere raggiungibile, quando – in realtà – apparteneva ad un mondo del quale loro non erano neanche lontanamente degni di far parte. Dalle labbra carnose e vividamente rosse della padrona di casa uscì un sospiro doloroso, come se fosse giunto dalle viscere stesse del suo animo. Il petto – anche se solo per un istante – aveva sussultato, come se non si aspettasse quella manifestazione così poco signorile. Anche quando era sola le risultava estremamente difficile lasciarsi andare, cercare di capire la propria interiorità, i propri reali bisogni. Scavare a fondo in sé stessi non si addiceva di certo ad una signorina per bene e la padrona di casa – consapevole di quel diktat taciuto, ma sempre presente fra le righe – aveva sempre cercato di allontanare da sé ogni pensiero che potesse anche solo incrinare quella facciata bon ton che tanto piaceva alla madre e alla buona società della quale amavano circondarsi e che l’avrebbe giudicata per qualsiasi intemperanza avesse avuto l’ingenuità di mostrare. Una signorina per bene, infatti, era chiamata, invece, a dimostrare di esser ben educata, frivola quanto bastava per ridere delle battute scanzonate dei propri interlocutori, e per allontanare da loro qualsiasi sospetto sulla propria intelligenza, e un’ottima padrona di casa, in grado di gestire una schiera di servi e figli, spesso nello stesso modo. Cosa poteva dunque affliggere una donna così? Una donna che non aveva nessuna preoccupazione se non quella di trovare qualcosa da fare per impegnare le sue lunghe e noiosissime giornate? La mano che giaceva mollemente sui suoi occhi socchiusi si sporse verso un piccolo tavolino di marmo dalle venature rosse e blu con gambe intarsiate con motivi floreali rappresentanti giacinti cristallizzati in una primavera eterna. Le sue dita cercarono alla cieca – e trovarono – una piccola scatola di cartone, che aprirono molto lentamente, come se l’aspettativa potesse in qualche modo aumentare il piacere che pareva approssimarsi. Quando il coperchio venne aperto, le sue dita scivolarono all’interno con un’eleganza innata e tastarono piano, cercando di entrare in possesso di quelle delizie ricoperte di cioccolato, ognuna depositata con cura magistrale in una piccola coroncina di carta crespata. Più le sue dita cercavano con una crescente e insopprimibile frenesia e più la sua fronte si corrugava, preoccupata di ciò che – forse – avrebbe potuto scoprire. Un ansito ben poco signorile le sfuggì dalle labbra mentre la scatola rosa scivolava a terra, illuminata da quel ribelle raggio di sole come un occhio di bue avrebbe illuminato un attore sulla scena: erano finiti i dolcetti.

Di tutto un po'., Leggilo!, Spruzzi di creatività, Vertigini

io scrivo sempre; soprattutto quando non scrivo.

Non sono mai stata in grado di parlare di me stessa; ho sempre inventato storie che mi aiutassero a fare ciò, che mi permettessero di mettere in bocca ad altre persone – persone fittizie – ciò che stavo sentendo: il dolore, l’amore, la passione, il vuoto, la paura. Ora sto cercando di lasciarmi andare, di dire qualcosa di più, perchè mi sembra giusto donare un pezzo di me alla rete, mettermi veramente in gioco senza averne paura.

I mesi appena trascorsi sono stati mesi particolarmente intensi. Solo ora mi rendo conto che – forse – era tutta la vita che mi preparavo a questo momento, al momento in cui avrei trovato il coraggio dentro di me per cambiare la mia vita, per cambiare la percezione che avevo di me e dei rapporti che vivevo, di tutta la mia esistenza. Proprio quando pensavo che non avrei avuto la forza di fare un solo passo in più, il coraggio che non sapevo di possedere è divampato in me caldo e devastante come la lava di un vulcano inattivo. Era sempre stata lì, l’ho sempre percepita sotto la pelle, ma non ero mai stata in grado di darle un nome, di convogliare tutta quella energia in qualcosa che fosse vero, in qualcosa che fosse veramente Vanessa. E allora ho lasciato che Vanessa si manifestasse, senza più paura di ciò che sarebbe stato, di quello che avrebbe potuto chiedermi, dei voli pindarici che avrebbe voluto spiccare nel cielo infinito.

Ho lasciato che ogni cosa trovasse il suo posto, il suo centro, ed è stato talmente naturale da sembrare tremendamente incredibile. Sono sorprendentemente riuscita a entrare in pieno contatto con me stessa, a sentirmi in ogni cellula del mio essere, ad affondare nella mie sensazioni senza aver paura di non poter respirare.

Ho fatto pace con me stessa, con gli obiettivi irraggiungibili e con quelli che – invece – sono talmente vicini da poterne sentire il sapore tra le labbra. Ho guardato in faccia i miei sogni – i sogni di una vita – e ho sorriso loro, ho iniziato a capire cosa volesse dire lasciarsi colmare dalla pazienza, aspettare che il momento giusto si presentasse di fronte a me in tutta la sua semplicità.

Forse quel momento è appena arrivato. Qualcuno ha voluto porgermi la sua mano, ha voluto accordarmi la sua fiducia, ha pensato che i miei sforzi fossero valevoli e insieme abbiamo piantato una piccola bandierina, simbolo di un primo traguardo, di un primo passo lungo un percorso ancora lungo, ma meraviglioso.

Il frutto degli sforzi dei mesi precedenti si è dunque concretizzato in una raccolta di racconti, di cui vi offro una sinossi più o meno dettagliata per darvi un assaggio di quello che potreste gustare se solo voleste provare a darmi una possibilità: https://www.amazon.it/Vertigini-Vanessa-Ravalli/dp/889402475X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=vertigini+ravalli+vanessa&qid=1563030884&s=gateway&sr=8-1

“Vertigini” è una raccolta di racconti che dipana la sua trama attraverso sei storie che sembrano – almeno ad un primo sguardo – lontane l’una dall’altra anni luce.

Il loro filo conduttore, però, si svolge con costante ineluttabilità – come un meccanismo che, una volta innescato, non può più essere fermato – e, al pari dei piccoli sassolini luccicanti usati da Hansel e Gretel per trovare la strada di casa, guida il lettore nei meandri della mente umana, svelando al lettore la costante incomunicabilità che affligge i rapporti tra gli individui, ormai sempre più incapaci di ascoltarsi, poiché fin troppo presi dal proprio insano egoismo.

Ciò che accomuna Impasse, Musicalità e Qualsiasi, è l’impossibilità per i loro protagonisti di poter vivere pienamente e serenamente l’amore, senza che questo venga visto come una deflagrazione in grado di distruggere completamente la loro vita, lasciando dietro di sé solo macerie.

Se in Impasse e Musicalità questo sentimento si nutre di ambiguità o di clandestinità, lasciandosi andare agli eccessi di una passione che diviene via via sempre più insana o impossibile, in Qualsiasi l’amore pare non essere contemplato – il protagonista non ne parla mai, in effetti –, un po’ come se i lettori dovessero cercare di immaginare qualcosa che è stato e che ora sembra aver perso tutta la sua consistenza.

Per tutti loro arriverà il momento dell’epifania rivelatrice, ma porterà con sé una rivelazione amara, che spesso i personaggi non saranno in grado di cogliere, lasciando che la loro vita riassorba il colpo imprevisto come se nulla fosse accaduto, come se fosse impossibile anche solo immaginare di cambiare il corso della propria esistenza nel momento in cui la corsa verso il traguardo si fa più disperata e frenetica.

Negli ultimi tre racconti – Modi di dire, Biscotti e Buio – i protagonisti, forse più consapevoli e disillusi, disegnano di fronte agli occhi dei lettori la propria parabola discendente, della quale osservano il declino inevitabile con la stessa cupa rassegnazione di chi si sente schiacciato da un destino imposto da forze invisibili, forze che non hanno nulla di umano. Se l’isolamento dal mondo dei protagonisti dei racconti Modi di dire e Biscotti è fin troppo consapevole, fin troppo studiato, come se il loro destino crudele fosse ammantato di uno snobismo atavico (unica loro arma contro un mondo che non comprendono e nel quale non si riconoscono), in Buio il protagonista è costretto a rifugiarsi nella notte per poter dispiegare pienamente la sua anima tormentata, un’anima che la società ha cercato – in ogni modo – di spegnere, poiché non conforme alle sue aspettative.

Ogni interrogativo sollevato, però, non trova risposta tra le righe di questi racconti, perchè neanche i loro protagonisti sono in grado di capire fino in fondo ciò che sentono e vivono, lasciando che siano i lettori a cercare di capire chi siano veramente le persone che si trovano davanti e quale enigma nascondano, con la consapevolezza che ciò che più conta, in realtà, non è la risposta giusta, ma la domanda giusta.

Vertigini promo

Spruzzi di creatività

Senza capo nè coda.

La sua voce uscì roca come un colpo di pistola nel buio. Poche parole, ma taglienti, decise ad affondare nel petto di M con la stessa inevitabile pesantezza con la quale la gravità spinge le pietre ad incagliarsi verso il fondo del mare, mezze nascoste dalla sabbia, dalle alghe, dai coralli, dopo un lancio ben assestato che abbia creato almeno cinque o sei rimbalzi ben assestati.

Che la sua voce fosse roca non era di certo dovuto ad una natura passionale o a un desiderio represso, ma alle immancabili sigarette con le quali S amava lasciar ingiallire i propri denti e le proprie dita, mentre i suoi polmoni divenivano ogni giorno più neri e si rattrappivano nel suo petto magro. Non che la cosa la preoccupasse particolarmente: da un lato perché non aveva mai tenuto alla sua bellezza esteriore; dall’altro lato perché attendeva la morte come l’unica liberazione possibile dalla vita.

M non fu veramente sorpreso da quelle parole (o almeno la sua mente – ad un livello inconscio – non subì il minimo contraccolpo, poiché – al contrario del giovane – era stata in grado di capire cosa sarebbe accaduto e si era apprestata a fornirsi di pop corn e di una poltrona comoda, per potersi godere lo spettacolo che inevitabilmente sarebbe andato in scena nel sistema nervoso); in fondo le aspettava da tempo. Forse non in quel momento, forse non quella sera in cui erano stati così bene e lei si era lasciata baciare e lui aveva potuto constatare quanto fosse difficile non immaginare un portacenere mentre le loro lingue si incontravano con circospezione.

S, invece, sembrava non vedere l’ora di parlare, di aprire quella sua bocca larga e carnosa; quelle labbra – infatti – assomigliavano irreparabilmente ad una di quelle piante carnivore affamate, in perenne attesa che un insetto – attirato dal suo colore intenso e abbacinante – diventi la sua cena. La sua voracità faceva sì che non pesasse nessuna delle parole che le capitava di pronunciare, neanche quelle che – chiunque altro – avrebbe avuto un tremendo pudore anche solo a pensare. Ma S amava distruggere e ci si dedicava con un impegno tale che la sua vita presentava solo macerie; macerie nelle quali si aggiravano fantasmi di amori mai nati (amori che le avevano spezzato il cuore, uomini che l’avevano tradita, donne che l’avevano rifiutata, sentimenti che – invece di esplodere – erano implosi, lasciando S a raccogliere i detriti di ciò che era rimasto), ricordi di una famiglia che le aveva voltato le spalle, sorrisi che si erano spenti in un secondo, urla che si erano impigliate in gola, pensieri che avevano girovagato nella sua mente senza poter uscire e che erano stati la fonte di insopprimibili mal di testa.

M, invece, era abituato a sorridere, a nascondere ogni cosa dietro un’apparenza cordiale e meditabonda. Se qualcuno – a tradimento – gli avesse chiesto cosa provava, molto probabilmente sarebbe impallidito (collo sguardo vitreo e fisso in un punto sull’orizzonte) e avrebbe balbettato qualcosa in merito a quanto la sua vita fosse la più semplice e felice che chiunque avrebbe potuto desiderare. Nessuno sarebbe riuscito a strappargli più di queste poche parole; sicuramente non chi preferiva i convenevoli alla verità. E tutto si poteva dire di M, ma non che non fosse in grado di circondarsi delle persone giuste, le stesse persone che non avrebbero avuto mai nessun interesse ad andare oltre dei solidi e confortanti convenevoli (sembra che pioverà, vero? Hai visto la partita domenica? Posso offrirti un caffè? Il prezzo della benzina è aumentato spaventosamente).

Quando S gli sputò in faccia quella frase come se fosse la cosa più naturale del mondo, la reazione di M fu delle più pacate, delle più educate che io abbia mai visto. Il suo sorriso cordiale – lo stesso con il quale avrebbe dato qualche monetina al mendicante all’angolo – non ne venne minimamente scalfito. Anche i suoi occhi parvero non perdere lo scintillìo che li aveva animati fino a quel momento e che li rendeva simili a delle piccole meduse fluorescenti, pronte a lasciarsi trasportare dalla corrente fino a trovare qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa su cui lasciare il segno. Si alzò lentamente, disse qualcosa che non compresi (anche se gli vidi muovere le labbra per almeno un minuto), fece un breve cenno con la testa e se ne andò senza voltarsi.

S lo osservò andare via, buttò a terra ciò che era rimasto della sigaretta che – fino a pochi secondi prima – aveva stretto tra le labbra, e guardò verso la Luna.

oroscopo vano.

Sagittario: l’entusiasmo è un’arma a doppio taglio.

C’è un detto che invita chiunque sia preda di facili entusiasmi a “non mettere tutte le uova nello stesso paniere”.

Questo è il consiglio che mi sento di elargire anche a voi, amici del Sagittario. Pronti ad ascoltare il vostro istinto e la vostra anima più animalesca, e a soddisfare ogni desiderio il vostro corpo vi trasmetta, non riuscite a guardare più in là del vostro naso e non contemplate minimamente le conseguenze delle vostre azioni.

Se da un lato un sano carpe diem è sempre consigliabile, dall’altro è necessario capire il peso di ciò che si sta mettendo in gioco per capire se siete disposti a pagarne il prezzo. Qualsiasi esso sia.

Cercate di fermarvi a riflettere ogni tanto.

oroscopo vano.

Leone: que serà, serà.

Avete cercato di impostare la vostra vita celando dentro di voi i vostri impulsi, cercando ad ogni costo di porre tra voi e gli altri un fossato profondo e pieno di coccodrilli, affinchè nessuno possa più avvicinarsi a voi per ferirvi.

Una delle migliori strategie medievali, non c’è che dire. Qualsiasi fortezza sarebbe stata al sicuro dagli attacchi nemici in questo modo e, in fondo, le autarchie hanno il loro fascino.

Ogni fortezza, però, ha il suo ponte levatoio per comunicare con il mondo esterno, perchè gli uomini, si sa, sono animali sociali, hanno bisogno di vivere gli uni con gli altri.

E soprattutto voi, cari amici del Leone, non potete soffocare gli impulsi che guidano ogni azione della vostra vita e che fanno di voi ciò che siete. Non abbiate paura e provate a vivere. Dietro l’angolo potreste trovare l’errore più grande della vostra vita, ma anche la scelta migliore che avreste mai potuto fare.

Non esitate.