Spruzzi di creatività

Senza capo nè coda.

La sua voce uscì roca come un colpo di pistola nel buio. Poche parole, ma taglienti, decise ad affondare nel petto di M con la stessa inevitabile pesantezza con la quale la gravità spinge le pietre ad incagliarsi verso il fondo del mare, mezze nascoste dalla sabbia, dalle alghe, dai coralli, dopo un lancio ben assestato che abbia creato almeno cinque o sei rimbalzi ben assestati.

Che la sua voce fosse roca non era di certo dovuto ad una natura passionale o a un desiderio represso, ma alle immancabili sigarette con le quali S amava lasciar ingiallire i propri denti e le proprie dita, mentre i suoi polmoni divenivano ogni giorno più neri e si rattrappivano nel suo petto magro. Non che la cosa la preoccupasse particolarmente: da un lato perché non aveva mai tenuto alla sua bellezza esteriore; dall’altro lato perché attendeva la morte come l’unica liberazione possibile dalla vita.

M non fu veramente sorpreso da quelle parole (o almeno la sua mente – ad un livello inconscio – non subì il minimo contraccolpo, poiché – al contrario del giovane – era stata in grado di capire cosa sarebbe accaduto e si era apprestata a fornirsi di pop corn e di una poltrona comoda, per potersi godere lo spettacolo che inevitabilmente sarebbe andato in scena nel sistema nervoso); in fondo le aspettava da tempo. Forse non in quel momento, forse non quella sera in cui erano stati così bene e lei si era lasciata baciare e lui aveva potuto constatare quanto fosse difficile non immaginare un portacenere mentre le loro lingue si incontravano con circospezione.

S, invece, sembrava non vedere l’ora di parlare, di aprire quella sua bocca larga e carnosa; quelle labbra – infatti – assomigliavano irreparabilmente ad una di quelle piante carnivore affamate, in perenne attesa che un insetto – attirato dal suo colore intenso e abbacinante – diventi la sua cena. La sua voracità faceva sì che non pesasse nessuna delle parole che le capitava di pronunciare, neanche quelle che – chiunque altro – avrebbe avuto un tremendo pudore anche solo a pensare. Ma S amava distruggere e ci si dedicava con un impegno tale che la sua vita presentava solo macerie; macerie nelle quali si aggiravano fantasmi di amori mai nati (amori che le avevano spezzato il cuore, uomini che l’avevano tradita, donne che l’avevano rifiutata, sentimenti che – invece di esplodere – erano implosi, lasciando S a raccogliere i detriti di ciò che era rimasto), ricordi di una famiglia che le aveva voltato le spalle, sorrisi che si erano spenti in un secondo, urla che si erano impigliate in gola, pensieri che avevano girovagato nella sua mente senza poter uscire e che erano stati la fonte di insopprimibili mal di testa.

M, invece, era abituato a sorridere, a nascondere ogni cosa dietro un’apparenza cordiale e meditabonda. Se qualcuno – a tradimento – gli avesse chiesto cosa provava, molto probabilmente sarebbe impallidito (collo sguardo vitreo e fisso in un punto sull’orizzonte) e avrebbe balbettato qualcosa in merito a quanto la sua vita fosse la più semplice e felice che chiunque avrebbe potuto desiderare. Nessuno sarebbe riuscito a strappargli più di queste poche parole; sicuramente non chi preferiva i convenevoli alla verità. E tutto si poteva dire di M, ma non che non fosse in grado di circondarsi delle persone giuste, le stesse persone che non avrebbero avuto mai nessun interesse ad andare oltre dei solidi e confortanti convenevoli (sembra che pioverà, vero? Hai visto la partita domenica? Posso offrirti un caffè? Il prezzo della benzina è aumentato spaventosamente).

Quando S gli sputò in faccia quella frase come se fosse la cosa più naturale del mondo, la reazione di M fu delle più pacate, delle più educate che io abbia mai visto. Il suo sorriso cordiale – lo stesso con il quale avrebbe dato qualche monetina al mendicante all’angolo – non ne venne minimamente scalfito. Anche i suoi occhi parvero non perdere lo scintillìo che li aveva animati fino a quel momento e che li rendeva simili a delle piccole meduse fluorescenti, pronte a lasciarsi trasportare dalla corrente fino a trovare qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa su cui lasciare il segno. Si alzò lentamente, disse qualcosa che non compresi (anche se gli vidi muovere le labbra per almeno un minuto), fece un breve cenno con la testa e se ne andò senza voltarsi.

S lo osservò andare via, buttò a terra ciò che era rimasto della sigaretta che – fino a pochi secondi prima – aveva stretto tra le labbra, e guardò verso la Luna.

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