Vertigini

“Biscotti”: un racconto in anteprima.

Un raggio di sole filtrò dalle persiane socchiuse e colpì di sbieco una piccola ampolla di vetro su una mensola di pino, che proveniva da un’immensa foresta delle regioni scandinave, una di quelle regioni in cui anche solo respirare faceva male ai polmoni. Uomini stanchi di quella vita senza uscita davano ritmici colpi di ascia contro tronchi secolari che avevano assistito silenziosi ad invasioni, guerre, imperi, spopolamenti e suicidi, ed ora osservavano la loro vita venir meno per colpa di uomini che – a migliaia di chilometri di distanza – volevano un mobile solido ed efficiente, con venature eleganti. Quella timida colonna di luce, che aveva trovato la sua strada occhieggiando tra persiane verdi ormai screpolate dal tempo e dalla noncuranza, donò una sfumatura dorata a quel vetro opaco e al suo contenuto azzurro. Quei piccoli granelli color del cielo primaverile erano il ricordo di una vacanza ormai lontana nel tempo. Era stata comprata da una vecchia signora curva su una di quelle bancarelle di legno che – almeno una volta alla settimana – si facevano spazio nelle piazze principali di ogni paesino dell’entroterra e che i venditori si ritrovavano a montare sin dalle prime luci del mattino. Tutta quella confusione e quella frenesia sembravano mettere in stato d’allarme l’intero paese che – almeno per un giorno – era letteralmente invaso dai venditori ambulanti, dalle loro voci squillanti e dalle loro incessanti trattative sui prezzi. Sembrava si divertissero a mercanteggiare, come se reputassero una tremenda offesa trovarsi di fronte clienti che fossero disposti a pagare il prezzo da loro inizialmente proposto. Quella vecchia signora curva si appoggiava pesantemente ad un bastone intarsiato e indossava una lunga tunica nera su un corpo tozzo e grassoccio. I suoi occhi vecchi e saggi sembravano essere in grado di leggere l’anima di chi avevano di fronte, come se sapessero sempre quale fosse il pezzo giusto per chiunque decidesse di lanciare anche solo uno sguardo distratto alla sua bancarella. L’ampolla di vetro – che recava su di sé una scritta in una lingua che ormai più nessuno parlava – aveva una forma particolarmente tondeggiante e un tappo di sughero in cima, a sigillare per sempre quella sabbia colorata, come la lapida di una tomba, pronto a ingabbiare un ricordo ormai svanito per sempre. Quella mensola – al contrario delle altre due che la sovrastavano e che ospitavano ninnoli di scarso valore e libri scelti più come elementi d’arredo che come spunti di riflessione – non era costretta a sopportare il peso di altri soprammobili, ma solo di un sottile e invisibile strato di polvere, a cui piaceva insinuarsi ovunque, affermando il suo dominio su ogni angolo del piccolo appartamento. La parete lungo la quale erano state fissate con immensa abilità – senza mai mostrare nessun segno di cedimento nel corso degli anni – era soffocata in tutta la sua lunghezza da una carta da parati dai colori ormai irrimediabilmente sbiaditi. La fantasia eclettica e dalle figure esasperatamente geometriche andava di moda una trentina di anni fa e, fino a dieci anni prima, l’azzurro, il rosso e il verde che costituivano i colori dominanti di quell’ensemble pittoresco, erano ancora di una luminosità sgargiante, al punto che risultava particolarmente difficile sostare a lungo con lo sguardo su quelle volute simili ai percorsi acrobatici delle montagne russe e nei quali, se solo gli occhi avessero cercato più attentamente, sarebbe stato facile scorgere mondi incantati al di là del reale; mondi nei quali fuggire per sempre. Fino a dieci anni prima, dunque, partecipare ad una festa in quel salotto poteva lasciare gli invitati con un forte mal di testa o con la sgradevole sensazione di aver guardato troppe persone negli occhi pur di non lasciarsi imprigionare da quei disegni e dai quei colori fuori dal comune. Forse la scelta non era stata del tutto casuale; forse chi aveva creato quella carta da parati – unica nel suo genere – aveva sperato che potesse aiutare le persone a comunicare, a guardarsi di nuovo negli occhi, a parlare e ad ascoltarsi, forse anche a capirsi. O forse, molto più probabilmente, il primo proprietario di quella casa aveva un gusto deprecabile o un senso dell’umorismo incomprensibile ai suoi posteri.

A ricordo di quei convegni della società bene si allungava sul pavimento un tappeto che – un tempo – era stato color senape e le cui nappe ora erano solo un ricordo sfilacciato. Il pelo lungo e folto – ora irriconoscibile e rosicchiato dalle tarme – veniva spazzolato e lucidato ogni giorno dalla governante stessa che – nonostante la gonna stretta dell’uniforme – si inginocchiava a terra con facilità e, senza che il suo severo chignon si sciogliesse o il suo viso divenisse rosso per lo sforzo, passava almeno tre ore a prendersi cura del tappeto preferito della signora, affinché non si potesse mai lamentare dei suoi servigi. Quella donna, ormai prossima alla sessantina, nutriva un amore sconfinato per quella famiglia, che serviva da quando era ancora molto giovane e sua madre ricopriva il suo ruolo. all’epoca aveva solo quattordici anni ed era una semplice cameriera, che si limitava ad eseguire gli ordini e a guardare con la bocca spalancata tutte quelle signore ben vestite ed a tal punto cariche di gioielli da risplendere nella notte come stelle. Quando ancora non aveva capito quale fosse il suo ruolo all’interno della società, e quanto quella condizione fosse immutabile, aveva spesso sognato ad occhi aperti di poter essere come quelle donne, di sollevare piccole e decorate tazzine da tè col mignolo alzato, mentre le sue amiche parlavano dell’ultima festa alla quale avevano partecipato, di chi aveva ballato con chi e di chi, invece, aveva fatto da tappezzeria. Alla morte di sua madre, però, quelle fantasticherie erano evaporate come neve al sole e lei era dovuta crescere in fretta, cercando di essere all’altezza della maestria con la quale la madre – fino a quel momento – aveva amministrato la casa e la servitù, trasformando quelle mura in una macchina dagli ingranaggi ben oleati; una macchina che mai si era inceppata. Quella responsabilità era scesa su quella giovane come un macigno che avrebbe potuto schiacciarla da un momento all’altro, una spada di Damocle pronta a trafiggerla se avesse fatto anche solo un passo falso. Ma lei aveva fatto del suo meglio, aveva sacrificato la sua intera vita per quella casa, per quella famiglia e nessuno aveva mai avuto alcunchè da recriminare alla sua gestione della casa, della dispensa e della servitù. Ma la nuova padrona era un’altra storia, una storia di cui la governante non era ancora riuscita a dipanare l’intreccio. Non aveva nulla in comune con sua madre o sua nonna e, proprio per questo motivo, la governante non si fidava di lasciare quell’incarico nelle mani di una servetta qualsiasi; non quando, ogni giorno, quella donna dispotica e intransigente amava passeggiare a piedi nudi su quel tessuto morbido e profumato, come una regina pagana in un mondo antico e fuori dal tempo. Non aveva mai capito se lo facesse per metterla alla prova o se quello fosse uno dei tanti atteggiamenti stravaganti coi quali la padrona di casa amava popolare quella dimora. Quella stessa regina – ormai decaduta – si era abbandonata in una chaise longue di pelle marrone che apparteneva alla sua famiglia dai tempi della sua bisnonna. Lei, dunque, rappresentava la quarta generazione di donne McKillan che si sdraiavano su quella pelle fredda, che era stata restaurata più volte e che, più volte, si era consumata, assorbendo il sudore e il profumo delle donne che avevano cercato una tregua dalla vita in quella struttura solo apparentemente confortevole, ma che in realtà ti costringeva ad assumere una posizione rannicchiata, nella quale era sempre particolarmente difficile capire quale posizione dovessero assumere le gambe affinché la rilassatezza non lasciasse mai il posto all’assenza di decoro. Anche nei momenti di solitudine, anche nei momenti di riposo, era impossibile dimenticare quale fosse la loro posizione e cosa la società si aspettasse da quelle donne. La chaise longue, però, non era sempre stata in quel salotto: fino a pochi anni prima troneggiava fiera in uno studiolo privato, nel quale la padrona di casa amava ritirarsi per mangiare dolcetti o fumare una sigaretta, atteggiamenti che la società considerava deplorevoli se ci si lasciava andare a quelle debolezze in pubblico. I dolcetti che preferiva erano il pezzo forte di una pasticceria che distava solo un paio di isolati dalla sua maestosa e decadente villa liberty, il cui giardino – un tempo – era il più invidiato di tutta la città, con i suoi alberi imponenti, i suoi fiori sempre in boccio e il prato sempre ordinato e ben tagliato. La prima volta che li aveva assaggiati si trovava a casa di un’amica per l’ora del tè e, appena ne aveva morso uno, le sue papille gustative erano andate in cortocircuito, lasciandola in uno stato di profondo languore e soddisfazione; proprio per l’intensità di quella sensazione, aveva quasi implorato la sua amica affinché le dicesse il nome della pasticceria che produceva quelle delizie senza paragone e, solo dopo molte suppliche, era riuscita a strapparle quel nome. Non riusciva più a tener conto di tutte le volte in cui, da quel momento, aveva implorato la proprietaria di quel delizioso locale per poter avere la ricetta di quei deliziosi biscottini rotondi intrisi di miele, aromi e uno spesso strato di cioccolato. Quella infinita dolcezza riusciva a scuotere il grigiume in cui era piombata la sua vita negli ultimi dieci anni. La proprietaria, però, era insensibile a qualsiasi sua richiesta, lusinga, minaccia o corruzione. Era un segreto che le donne della sua famiglia si tramandavano da generazioni. L’eclettica padrona di casa, dunque, si era scontrata contro una fedeltà alle tradizioni che non era possibile comprare con nessuna ricchezza esistente al mondo. Fino a pochi anni prima, almeno una volta alla settimana, era una delle domestiche a presentarsi in quel locale pieno di fiori e fiocchetti colorati per acquistare una scatola di quelle dolci delizie. All’inizio la padrona di casa aveva dovuto cercare delle scuse plausibili per quell’acquisto che aveva assunto tutte le caratteristiche di un’abitudine; scuse che riguardavano omaggi per amici, ringraziamenti per ospiti che avevano avuto la gentilezza di prendere parte alle sue feste. Per questo motivo aveva riempito il proprio studio di carta e nastri colorati, che lasciassero sottintendere la preparazione di confezioni regalo sempre diverse, personalizzate per ogni amico o conoscente volesse ringraziare. Poi, quando le scatole era irrimediabilmente vuote, le faceva sparire buttandole in cassonetti distanti almeno due o tre isolati dalla vita, affinché la servitù non sapesse mai di quella sua debolezza. La stessa padrona di casa sapeva che era solo una pia illusione, una sciocca convinzione, ma finché le apparenze erano salve, finché tutti fingevano di non sapere assolutamente nulla di quella storia – lei in primis – tutto sarebbe andato per il meglio, tutti avrebbero continuato ad agire all’interno di confini tracciati anni prima dalla società, dall’etichetta, dalle stesse persone che avevano preceduto quella padrona di casa. Quando tutto era finito, però, non aveva più avuto bisogno di scuse, perché non aveva più domestiche alle quali delegare quei compiti così triviali e le scatole giungevano a casa sua tramite la consegna espressa di un fattorino anonimo dalla zazzera perennemente in disordine. La mancanza di mistero o di sotterfugi, però, non aveva tolto nulla a quel piacere, ma vi aveva aggiunto una libertà che rendeva quel gusto dolce e complesso ancora più intenso.

Sdraiata sulla sua immancabile chaise longue, la padrona di casa aveva un braccio abbandonato lungo il corpo, le cui dita sfioravano oziosamente le piastrelle fredde e crepata del pavimento. L’altra mano, elegante e affusolata, giaceva sugli occhi socchiusi nel buio. Lo smalto rosso – applicato con cura maniacale – pareva luccicare in quella poca luce come colto da vita propria, come se fosse deciso a sopravvivere alla stessa proprietaria, ormai abbandonata in un torpore dal quale sembrava impossibile per lei uscirne. I capelli della donna erano racchiusi in una crocchia scomposta, trattenuta soltanto da una sottile bacchetta di legno, una di quelle con le quali era solita afferrare cibo cinese quando ancora le piaceva uscire di casa. Il colore di quella chioma, quando ancora non era striata di grigio, era sempre stato di un nero intenso con sfumature tendenti ad un blu oltremare che aveva avuto la fortuna di ereditare dalla madre, al pari di una carnagione a tal punto candida da risultare quasi trasparente. Pur essendo lisci in maniera quasi noiosa, sulle punte, in modo del tutto naturale, si attorcigliavano su sé stessi, solleticandole delicatamente la schiena come la carezza tenera e sfrontata di un amante. Le palpebre socchiuse nascondevano due iridi color dell’ambra, grandi e profonde, che erano solite guardare il mondo un distacco educato, ma altero, come se nulla di ciò che avveniva nel mondo avesse veramente il potere di toccarla. Anche il naso affilato sembrava comunicare quel messaggio e la donna adorava arricciarlo per dimostrare tutto il suo disgusto verso qualcosa o qualcuno, soprattutto quando le parole non erano sufficienti a ribadire pienamente tutta la sua disapprovazione. Tutto ciò che sapeva o faceva – ogni suo gesto, ogni suo più piccolo movimento od ogni frase che pronunciava – era nato dall’osservazione precisa e puntuale dei comportamenti di sua madre in società, di quella donna che era stata per lei – sin da quando era molto piccola – un faro in mezzo al buio, l’esempio migliore da seguire per divenire una donna inattaccabile, una donna che qualunque uomo avrebbe voluto al proprio fianco, una donna che le amiche avrebbero invidiato e ammirato allo stesso tempo, una donna che non avrebbe mai ceduto sotto i colpi del destino, ma avrebbe fronteggiato ogni nuova sfida con la risolutezza di chi sa di non poter sbagliare. Spesso si chiedeva che cosa fosse stato di tutti quegli insegnamenti, di tutte quelle aspirazioni giovanili, di quella determinazione a farsi largo nel mondo con l’eleganza e la forza che aveva sempre contraddistinto le donne di quella famiglia; spesso si poneva queste domande, ma non aveva risposte da dare loro in pasto e queste continuavano ad aleggiare nella sua mente come spettri che infestavano la sua mente, fantasmi senza nome e senza volto che non riuscivano a lasciarla in pace. Il corpo della donna – alto e magro – era avvolto da una vestaglia da camera di pregiata seta a stampe tipicamente cinesi, raffiguranti rossi dragoni dalle fauci enormi o lanterne accese su uno sfondo nero. Ad ogni movimento, il tessuto frusciava come fosse stato una cosa viva, creando nuove onde su quel corpo spento. Solo i piedi rimanevano scoperti da quelle tenue palandrana e apparivano pallidi in quel cono di luce che ancora cercava a tutti i costi di entrare da quelle persiane stinte. Le dita di quei piedi così sottili e magri si muovevano ad un ritmo sconosciuto, che solo la mente di quella donna sembrava sentire in tutto quel silenzio insopprimibile, come se il vecchio grammofono – lasciato in un angolo a riempirsi di polvere e ormai dimentico di cosa si provasse a far suonare un vinile – suonasse ancora quella musica sulla quale le era sempre piaciuto ballare, per lasciarsi ammirare dagli uomini presenti, per far credere loro di essere a portata di mano, di essere raggiungibile, quando – in realtà – apparteneva ad un mondo del quale loro non erano neanche lontanamente degni di far parte. Dalle labbra carnose e vividamente rosse della padrona di casa uscì un sospiro doloroso, come se fosse giunto dalle viscere stesse del suo animo. Il petto – anche se solo per un istante – aveva sussultato, come se non si aspettasse quella manifestazione così poco signorile. Anche quando era sola le risultava estremamente difficile lasciarsi andare, cercare di capire la propria interiorità, i propri reali bisogni. Scavare a fondo in sé stessi non si addiceva di certo ad una signorina per bene e la padrona di casa – consapevole di quel diktat taciuto, ma sempre presente fra le righe – aveva sempre cercato di allontanare da sé ogni pensiero che potesse anche solo incrinare quella facciata bon ton che tanto piaceva alla madre e alla buona società della quale amavano circondarsi e che l’avrebbe giudicata per qualsiasi intemperanza avesse avuto l’ingenuità di mostrare. Una signorina per bene, infatti, era chiamata, invece, a dimostrare di esser ben educata, frivola quanto bastava per ridere delle battute scanzonate dei propri interlocutori, e per allontanare da loro qualsiasi sospetto sulla propria intelligenza, e un’ottima padrona di casa, in grado di gestire una schiera di servi e figli, spesso nello stesso modo. Cosa poteva dunque affliggere una donna così? Una donna che non aveva nessuna preoccupazione se non quella di trovare qualcosa da fare per impegnare le sue lunghe e noiosissime giornate? La mano che giaceva mollemente sui suoi occhi socchiusi si sporse verso un piccolo tavolino di marmo dalle venature rosse e blu con gambe intarsiate con motivi floreali rappresentanti giacinti cristallizzati in una primavera eterna. Le sue dita cercarono alla cieca – e trovarono – una piccola scatola di cartone, che aprirono molto lentamente, come se l’aspettativa potesse in qualche modo aumentare il piacere che pareva approssimarsi. Quando il coperchio venne aperto, le sue dita scivolarono all’interno con un’eleganza innata e tastarono piano, cercando di entrare in possesso di quelle delizie ricoperte di cioccolato, ognuna depositata con cura magistrale in una piccola coroncina di carta crespata. Più le sue dita cercavano con una crescente e insopprimibile frenesia e più la sua fronte si corrugava, preoccupata di ciò che – forse – avrebbe potuto scoprire. Un ansito ben poco signorile le sfuggì dalle labbra mentre la scatola rosa scivolava a terra, illuminata da quel ribelle raggio di sole come un occhio di bue avrebbe illuminato un attore sulla scena: erano finiti i dolcetti.

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