Spruzzi di creatività

Da grande voglio essere una predicatrice.

Cosa vuoi fare da grande? è una delle prime domande che ci vengono poste, ancor prima che la nostra mente possa veramente capirne il significato. E il verbo fare non è scelto casualmente. Avrebbero potuto decidere di chiederti cosa vorresti diventare o cosa vorresti essere. Invece si rivolgono a te con partecipazione, come se fossero realmente interessati alla risposta, e scelgono il verbo fare, perché in una società come la nostra – una società di matrice capitalista – lavorare, produrre, dimostrarsi attivi vale più di qualsiasi altra cosa tu possa pensare di essere.

E anche la risposta è importante, tremendamente importante, perché è dalla risposta che darai che il mondo inizierà ad etichettarti. Il percorso lavorativo che deciderai di intraprendere definirà chi sei, o chi non sei.

La prima volta che risposi a questa domanda frequentavo ancora le elementari, forse avevo sette o otto anni. Risposi che volevo fare la pasticcera, perché adoravo fare dolci con mia nonna, sporcarmi le mani, assaggiare ogni impasto crudo fino a farmi venire il mal di pancia.

Passarono un paio d’anni quando me lo chiesero di nuovo ed io avevo un’altra risposta: sarei divenuta un avvocato, perché mia madre adorava guardare i gialli in televisione e gli avvocati erano sempre in grado di risolvere ogni mistero, sapevano usare le parole giuste al momento giusto, ed io sarei finita ad ingrossare la schiera infinita di uomini e donne votate alla legge. All’epoca ovviamente avevo solo dieci anni e non la pensavo in questo modo.

Alle medie le cose cambiarono ancora. Alla fatidica domanda risposi che avrei fatto l’insegnante. L’idea era tremendamente nebulosa nella mia mente. Per anni gli unici esempi che ho avuto di fronte corrispondevano ad insegnanti ormai maturi, stanchi ed annoiati dal loro stesso mestiere, ormai abituati ad una scuola più simile ad una giungla che ad un posto sicuro, dove il più forte e il più veloce ad imparare vince (anche se ancora oggi non ho compreso quale fosse il premio in palio), mentre chi è in difficoltà, chi ha bisogno d’aiuto non può fare altro che soccombere e rimanere indietro.

Quando si è giovani, però, è facile essere idealisti e pensare di poter cambiare il mondo o le istituzioni stesse, nonostante queste si reggano proprio sulla polvere dell’abitudine. Anche l’insegnamento, però, ha lasciato il posto ad una nuova idea e – quattro anni dopo – avevo deciso che avrei lavorato in una casa editrice. Come se questa nuova scelta non rappresentasse un semplice scivolare dalla padella nella brace. Ma tant’è.

Scelsi lettere dopo un anno sabbatico e senza nessuna conoscenza del latino, iniziai a lavorare e capii veramente come andava il mondo, presi il diploma di laurea (perché non bisogna di certo festeggiare per una laurea che non è una vera laurea), iniziai la magistrale e mi disinnamorai dell’università nel giro di pochi mesi (ancora oggi sono qui a chiedermi cosa io stia facendo e perchè), e continuai a lavorare.

Quando frequenti il corso di laurea in lettere la domanda Cosa vuoi fare da grande? Sale spontaneamente sulle labbra delle persone che ti circondano, soprattutto quando queste sono a tal punto prosaiche da non riuscire a immaginare cosa voglia dire frequentare un corso di laurea del genere. Ma quindi dopo cosa farai?, è una delle tante varianti sul tema. E se non hai la risposta pronta, o quantomeno la risposta che loro si aspettano da te, è tutto un guardare con tanto d’occhi, in modo sbigottito, come se non sapere cosa farai sia impossibile in una società che non ci dà nessuna certezza.

Solo un paio di giorni fa, però, ho avuto l’illuminazione, forse non grande e profonda come quella del divino Buddha mentre meditava seduto sotto un albero, ma comunque tremendamente importante, poiché rappresenta la risposta a qualsiasi domanda mi sia stata posta in questi anni, a qualsiasi domanda io abbia mai fatto a me stessa, in fondo. Ciò che la mia anima mi chiede di fare, ciò che il destino ha deciso per me e ha tratteggiato nel suo imperscrutabile disegno, farà di me una predicatrice, una persona pronta a diffondere la pace e il bene, con le proprie parole e azioni, sostenendo chi avrà bisogno, camminando per il mondo senza casa e senza meta, perché entrambe rifulgono dentro di noi di una luce che ci appartiene e che rifulge intorno a noi, visibile a coloro che sono pronti ad abbracciare un percorso di profonda spiritualità. Ma, come dice Steinbeck in “Furore”, normalmente “predicare è dire roba alla gente”, mentre io – proprio come il predicatore di questo famoso romanzo americano – “io voglio chiedere”, voglio aprire la mia anima agli altri, affinché essi possano svelare la loro e non sentirsi più soli in un mondo che ci vuole indifesi, omologati e soli.

Ora finalmente so cosa risponderò quando qualcuno oserà chiedermi cosa voglio fare da grande.

Di tutto un po'., Leggilo!, Spruzzi di creatività, Vertigini

io scrivo sempre; soprattutto quando non scrivo.

Non sono mai stata in grado di parlare di me stessa; ho sempre inventato storie che mi aiutassero a fare ciò, che mi permettessero di mettere in bocca ad altre persone – persone fittizie – ciò che stavo sentendo: il dolore, l’amore, la passione, il vuoto, la paura. Ora sto cercando di lasciarmi andare, di dire qualcosa di più, perchè mi sembra giusto donare un pezzo di me alla rete, mettermi veramente in gioco senza averne paura.

I mesi appena trascorsi sono stati mesi particolarmente intensi. Solo ora mi rendo conto che – forse – era tutta la vita che mi preparavo a questo momento, al momento in cui avrei trovato il coraggio dentro di me per cambiare la mia vita, per cambiare la percezione che avevo di me e dei rapporti che vivevo, di tutta la mia esistenza. Proprio quando pensavo che non avrei avuto la forza di fare un solo passo in più, il coraggio che non sapevo di possedere è divampato in me caldo e devastante come la lava di un vulcano inattivo. Era sempre stata lì, l’ho sempre percepita sotto la pelle, ma non ero mai stata in grado di darle un nome, di convogliare tutta quella energia in qualcosa che fosse vero, in qualcosa che fosse veramente Vanessa. E allora ho lasciato che Vanessa si manifestasse, senza più paura di ciò che sarebbe stato, di quello che avrebbe potuto chiedermi, dei voli pindarici che avrebbe voluto spiccare nel cielo infinito.

Ho lasciato che ogni cosa trovasse il suo posto, il suo centro, ed è stato talmente naturale da sembrare tremendamente incredibile. Sono sorprendentemente riuscita a entrare in pieno contatto con me stessa, a sentirmi in ogni cellula del mio essere, ad affondare nella mie sensazioni senza aver paura di non poter respirare.

Ho fatto pace con me stessa, con gli obiettivi irraggiungibili e con quelli che – invece – sono talmente vicini da poterne sentire il sapore tra le labbra. Ho guardato in faccia i miei sogni – i sogni di una vita – e ho sorriso loro, ho iniziato a capire cosa volesse dire lasciarsi colmare dalla pazienza, aspettare che il momento giusto si presentasse di fronte a me in tutta la sua semplicità.

Forse quel momento è appena arrivato. Qualcuno ha voluto porgermi la sua mano, ha voluto accordarmi la sua fiducia, ha pensato che i miei sforzi fossero valevoli e insieme abbiamo piantato una piccola bandierina, simbolo di un primo traguardo, di un primo passo lungo un percorso ancora lungo, ma meraviglioso.

Il frutto degli sforzi dei mesi precedenti si è dunque concretizzato in una raccolta di racconti, di cui vi offro una sinossi più o meno dettagliata per darvi un assaggio di quello che potreste gustare se solo voleste provare a darmi una possibilità: https://www.amazon.it/Vertigini-Vanessa-Ravalli/dp/889402475X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=vertigini+ravalli+vanessa&qid=1563030884&s=gateway&sr=8-1

“Vertigini” è una raccolta di racconti che dipana la sua trama attraverso sei storie che sembrano – almeno ad un primo sguardo – lontane l’una dall’altra anni luce.

Il loro filo conduttore, però, si svolge con costante ineluttabilità – come un meccanismo che, una volta innescato, non può più essere fermato – e, al pari dei piccoli sassolini luccicanti usati da Hansel e Gretel per trovare la strada di casa, guida il lettore nei meandri della mente umana, svelando al lettore la costante incomunicabilità che affligge i rapporti tra gli individui, ormai sempre più incapaci di ascoltarsi, poiché fin troppo presi dal proprio insano egoismo.

Ciò che accomuna Impasse, Musicalità e Qualsiasi, è l’impossibilità per i loro protagonisti di poter vivere pienamente e serenamente l’amore, senza che questo venga visto come una deflagrazione in grado di distruggere completamente la loro vita, lasciando dietro di sé solo macerie.

Se in Impasse e Musicalità questo sentimento si nutre di ambiguità o di clandestinità, lasciandosi andare agli eccessi di una passione che diviene via via sempre più insana o impossibile, in Qualsiasi l’amore pare non essere contemplato – il protagonista non ne parla mai, in effetti –, un po’ come se i lettori dovessero cercare di immaginare qualcosa che è stato e che ora sembra aver perso tutta la sua consistenza.

Per tutti loro arriverà il momento dell’epifania rivelatrice, ma porterà con sé una rivelazione amara, che spesso i personaggi non saranno in grado di cogliere, lasciando che la loro vita riassorba il colpo imprevisto come se nulla fosse accaduto, come se fosse impossibile anche solo immaginare di cambiare il corso della propria esistenza nel momento in cui la corsa verso il traguardo si fa più disperata e frenetica.

Negli ultimi tre racconti – Modi di dire, Biscotti e Buio – i protagonisti, forse più consapevoli e disillusi, disegnano di fronte agli occhi dei lettori la propria parabola discendente, della quale osservano il declino inevitabile con la stessa cupa rassegnazione di chi si sente schiacciato da un destino imposto da forze invisibili, forze che non hanno nulla di umano. Se l’isolamento dal mondo dei protagonisti dei racconti Modi di dire e Biscotti è fin troppo consapevole, fin troppo studiato, come se il loro destino crudele fosse ammantato di uno snobismo atavico (unica loro arma contro un mondo che non comprendono e nel quale non si riconoscono), in Buio il protagonista è costretto a rifugiarsi nella notte per poter dispiegare pienamente la sua anima tormentata, un’anima che la società ha cercato – in ogni modo – di spegnere, poiché non conforme alle sue aspettative.

Ogni interrogativo sollevato, però, non trova risposta tra le righe di questi racconti, perchè neanche i loro protagonisti sono in grado di capire fino in fondo ciò che sentono e vivono, lasciando che siano i lettori a cercare di capire chi siano veramente le persone che si trovano davanti e quale enigma nascondano, con la consapevolezza che ciò che più conta, in realtà, non è la risposta giusta, ma la domanda giusta.

Vertigini promo

Spruzzi di creatività

Senza capo nè coda.

La sua voce uscì roca come un colpo di pistola nel buio. Poche parole, ma taglienti, decise ad affondare nel petto di M con la stessa inevitabile pesantezza con la quale la gravità spinge le pietre ad incagliarsi verso il fondo del mare, mezze nascoste dalla sabbia, dalle alghe, dai coralli, dopo un lancio ben assestato che abbia creato almeno cinque o sei rimbalzi ben assestati.

Che la sua voce fosse roca non era di certo dovuto ad una natura passionale o a un desiderio represso, ma alle immancabili sigarette con le quali S amava lasciar ingiallire i propri denti e le proprie dita, mentre i suoi polmoni divenivano ogni giorno più neri e si rattrappivano nel suo petto magro. Non che la cosa la preoccupasse particolarmente: da un lato perché non aveva mai tenuto alla sua bellezza esteriore; dall’altro lato perché attendeva la morte come l’unica liberazione possibile dalla vita.

M non fu veramente sorpreso da quelle parole (o almeno la sua mente – ad un livello inconscio – non subì il minimo contraccolpo, poiché – al contrario del giovane – era stata in grado di capire cosa sarebbe accaduto e si era apprestata a fornirsi di pop corn e di una poltrona comoda, per potersi godere lo spettacolo che inevitabilmente sarebbe andato in scena nel sistema nervoso); in fondo le aspettava da tempo. Forse non in quel momento, forse non quella sera in cui erano stati così bene e lei si era lasciata baciare e lui aveva potuto constatare quanto fosse difficile non immaginare un portacenere mentre le loro lingue si incontravano con circospezione.

S, invece, sembrava non vedere l’ora di parlare, di aprire quella sua bocca larga e carnosa; quelle labbra – infatti – assomigliavano irreparabilmente ad una di quelle piante carnivore affamate, in perenne attesa che un insetto – attirato dal suo colore intenso e abbacinante – diventi la sua cena. La sua voracità faceva sì che non pesasse nessuna delle parole che le capitava di pronunciare, neanche quelle che – chiunque altro – avrebbe avuto un tremendo pudore anche solo a pensare. Ma S amava distruggere e ci si dedicava con un impegno tale che la sua vita presentava solo macerie; macerie nelle quali si aggiravano fantasmi di amori mai nati (amori che le avevano spezzato il cuore, uomini che l’avevano tradita, donne che l’avevano rifiutata, sentimenti che – invece di esplodere – erano implosi, lasciando S a raccogliere i detriti di ciò che era rimasto), ricordi di una famiglia che le aveva voltato le spalle, sorrisi che si erano spenti in un secondo, urla che si erano impigliate in gola, pensieri che avevano girovagato nella sua mente senza poter uscire e che erano stati la fonte di insopprimibili mal di testa.

M, invece, era abituato a sorridere, a nascondere ogni cosa dietro un’apparenza cordiale e meditabonda. Se qualcuno – a tradimento – gli avesse chiesto cosa provava, molto probabilmente sarebbe impallidito (collo sguardo vitreo e fisso in un punto sull’orizzonte) e avrebbe balbettato qualcosa in merito a quanto la sua vita fosse la più semplice e felice che chiunque avrebbe potuto desiderare. Nessuno sarebbe riuscito a strappargli più di queste poche parole; sicuramente non chi preferiva i convenevoli alla verità. E tutto si poteva dire di M, ma non che non fosse in grado di circondarsi delle persone giuste, le stesse persone che non avrebbero avuto mai nessun interesse ad andare oltre dei solidi e confortanti convenevoli (sembra che pioverà, vero? Hai visto la partita domenica? Posso offrirti un caffè? Il prezzo della benzina è aumentato spaventosamente).

Quando S gli sputò in faccia quella frase come se fosse la cosa più naturale del mondo, la reazione di M fu delle più pacate, delle più educate che io abbia mai visto. Il suo sorriso cordiale – lo stesso con il quale avrebbe dato qualche monetina al mendicante all’angolo – non ne venne minimamente scalfito. Anche i suoi occhi parvero non perdere lo scintillìo che li aveva animati fino a quel momento e che li rendeva simili a delle piccole meduse fluorescenti, pronte a lasciarsi trasportare dalla corrente fino a trovare qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa su cui lasciare il segno. Si alzò lentamente, disse qualcosa che non compresi (anche se gli vidi muovere le labbra per almeno un minuto), fece un breve cenno con la testa e se ne andò senza voltarsi.

S lo osservò andare via, buttò a terra ciò che era rimasto della sigaretta che – fino a pochi secondi prima – aveva stretto tra le labbra, e guardò verso la Luna.

Spruzzi di creatività

Un ritratto.

Ci siamo trovati all’ufficio oggetti smarriti

e ci siamo reclamati.

Abituati alla polvere di scaffali dimenticati,

ci parve troppa la luce dei nostri sguardi.

Quante volte tentammo di scappare:

tu da me,

io da te,

entrambi da ciò che provavamo.

(Come se la ribellione non fosse – semplicemente – un’altra forma di amore)

Eppure eravamo

l’uno per l’altra

quella Roma che ogni strada

agogna raggiungere.

Troviamoci alla fine del mondo,

ad una mostra di fotografie,

in un prato affollato,

tra una briosche e una porzione di patatine fritte.